Respinta la sfiducia contro Santanchè. E la sinistra insulta: "Pensa alle borsette"

Bocciata (206 no, 134 sì) la mozione dell'opposizione contro la titolare del Turismo. Schlein all'assalto: "È la ministra del falso, ignora i cittadini"

Respinta la sfiducia contro Santanchè. E la sinistra insulta: "Pensa alle borsette"
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Finisce come previsto: 206 no, 134 sì, mozione di sfiducia respinta.

La ministra Daniela Santanchè si vede riconfermata, a maggioranza, la fiducia dal Parlamento. La sua permanenza al ministero, però, appare meno certa. Lei stessa lo ha lasciato intendere: «A breve ci sarà un'altra udienza preliminare (quella per l'accusa di truffa contro l'Inps, ndr) e in quell'occasione farò una riflessione, anche per valutare le mie dimissioni». Una «valutazione di opportunità politica che le fa onore», dirà più tardi in aula il rappresentante di Fratelli d'Italia Andrea Pellicini, mettendoci il sigillo.

Giacca di raso rosso e piglio aggressivo, Santanchè mette a rumore l'aula con la sua fiera autodifesa. Urla e strepiti dai banchi dell'opposizione per i suoi fendenti. Il centrodestra resta invece tiepido: la premier Giorgia Meloni non c'è e sul tema tace, il suo vice di Fi Giuseppe Tajani dice: «Io voto contro la sfiducia alla Santanchè perché sono e sarò sempre leale con il governo». Il suo omologo leghista Matteo Salvini si limita a un «sono vicino alla Santanchè». Quando lei dice in aula: «Non vorrei mai essere un problema», dai banchi del suo partito si alza un applauso che sa un po' di sollievo.

La parola passa all'accusa. Giuseppe Conte esordisce con apparente buon senso: «Il Parlamento sta perdendo ore a parlare del caso Santanchè, mentre dovrebbe occuparsi d'altro». Ma dura poco: l'ex premier si secca con la ministra («Invece di ascoltare me sta al telefono, la buona educazione non è di questo mondo»), alza i toni e con voce tremante di teatrale sdegno espone, modello Poirot, le proprie conclusioni investigative: «Perché Meloni mette a rischio l'immagine dell'Italia per difendere Santanchè? Perché evidentemente la ricatta, forse avete condiviso segreti che ora la mettono in imbarazzo». Assicura: «A noi non interessano i processi» (risate in aula, ndr), la cosa che «mi sta a cuore è l'etica pubblica». Poi assicura che la destra «odia i poveri» mentre «riempie di oro i mercanti d'armi» e conclude con fuoco di artificio lessicale: «E per questo voteremo favorevolmente alla mozione».

Segue a ruota Elly Schlein, che certo non si vuol far soffiare i riflettori dal compare di campo largo. Si è studiata una battuta in rima baciata di cui va evidentemente orgogliosa, per come la enfatizza alzando squillante la voce: «La ministra del falso è qui a occuparsi di borsette, ma chi difende gli italiani dalle bollette?». Pure Schlein assicura che a lei dei processi non importa nulla di nulla: «Siamo qui per una questione di opportunità politica». Se Conte infila i baffoni di Poirot, Elly calca il cappellino di Miss Marple e tira le stesse conclusioni, sia pur meno rozzamente: «Cosa impedisce a Giorgia Meloni di far dimettere la ministra? Come può tollerare questa situazione? La premier dice di non essere ricattabile, ma allora qual è l'ostacolo? Perché scappa vigliaccamente e si nasconde?».

A smentire la sinistra che nega di inseguire le azioni giudiziarie ci pensa Enrico Costa, tornato da Azione in Forza Italia: «Oggi non ci esprimiamo - spiega- su un ministro, ma su un principio: se cedere all'agghiacciante

automatismo di davighiana memoria proposto dai 5S: se indagato vai a casa. Noi ci opponiamo a questa teoria e auspichiamo una cultura che porti a competizione politica nobile, sana, senza scorciatoie e sgambetti giudiziari».

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