Sangue sul voto a Kabul Seggi sotto attacco: decine di morti e feriti

Quasi 200 attacchi in tutto il Paese, ma la gente non demorde: «I talebani non devono vincere»

Da Radio Radicale
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U n voto macchiato di sangue nel diciassettesimo anno di una guerra non vinta in vista della vera sfida alle urne della prossima primavera per la poltrona di presidente, che detiene i poteri reali. Gli afghani hanno votato ieri e lo faranno anche oggi per il rinnovo della Wolesi Jirga, la Camera bassa del parlamento. Oltre 2.500 candidati per 250 seggi e quasi 9 milioni di elettori, un terzo donne, che dovevano sfidare le minacce dei talebani e dei tagliagole locali dell'Isis. Per loro il voto è un «peccato» frutto della «macchinazione occidentale». Il bilancio, al momento, è di 192 attacchi in tutto il paese, e oltre 170 morti e feriti. La capitale, Kabul, ha subito uno stillicidio di bombe e l'attentato più grave con un kamikaze che si è fatto esplodere a un seggio massacrando 13 afghani fra civili e poliziotti.

Non ci si può stupire se teniamo conto che sui 7.366 seggi previsti 2.200 sono rimasti chiusi per «motivi di sicurezza». I talebani e i loro cugini rivali dello Stato islamico controllano o minacciano il 61% dei distretti, oltre la metà del paese, e hanno cellule nella grandi città. Due giorni prima del voto un loro infiltrato nelle forze di sicurezza ha fatto fuori il generale Abdul Raziq, comandante della polizia e uomo forte a Kandahar, l'ex capitale spirituale dei talebani. Alla riunione era presente anche il generale americano Austin Miller, che guida i 16mila uomini della Nato ancora presenti in Afghanistan per addestrare e spalleggiare le truppe locali. Il comandante Usa è scampato per un soffio all'attentato, ma il voto a Kandahar è stato rimandato di una settimana.

«Non vogliamo lasciare vincere i talebani», hanno ripetuto gli afghani in fila davanti ai seggi. Oltre alle minacce, i problemi tecnici come il riconoscimento biometrico per evitare frodi e una logistica a pezzi hanno rallentato le operazioni di voto con seggi rimasti chiusi a chiazza di leopardo o aperti in ritardo. Perciò la commissione elettorale ha deciso di far votare anche oggi.

In un paese dove l'analfabetismo è ancora un problema i candidati sono riconoscibili su schede elettorali formato lenzuolo con il loro faccione e un simbolo che può essere una mela, l'aeroplano, una penna o un cellulare. L'esercito di aspiranti parlamentari è diviso grosso modo in tre categorie. I figli o familiari vari dei signori della guerra, che hanno dominato fin dai tempi della sconfitta sovietica. Il candidato Jamaluddin Hekmatyar è l'erede di Guldbuddin, fondatore del partito integralista Hezb i Islami fino a poco tempo fa al fianco dei talebani e ora tornato a Kabul con il ramoscello d'ulivo. La seconda categoria, dei favoriti, sono i ricchi imprenditori in affari o alleati della Nato e degli Usa. Un esempio classico è Fahim Hashemi proprietario di Tolo tv, il primo canale privato afghano, importatore di petrolio e detentore di contratti di forniture milionarie alle truppe internazionali. La terza categoria con mezzi finanziari più scarsi è rappresentata da una specie di società civile afghana. Ad Herat, dove abbiamo ancora 900 soldati, la candidata simbolo di questa fascia è Maria Bashir, ex attivista per l'uguaglianza e primo pubblico ministero donna in Afghanistan.

I risultati provvisori saranno noti a metà novembre, ma il potere della Camera bassa è limitato. La vera sfida si giocherà in aprile alle elezioni presidenziali con il capo di stato uscente Ashraf Ghani in difficoltà.

Lo slogan dei politici afghani è ancora «Taghir wa Omid», cambiamento e speranza. Ma c'è poco da sperare: le truppe afghane perdono una media di 30-40 uomini al giorno con punte di 400 in una settimana di settembre. Il campanello d'allarme di una guerra che non abbiamo mai vinto.

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