
«Faremo rispettare dal Tar la legge regionale». Si accende lo scontro sul centro sociale Askatasuna, dopo la decisione del Comune di Torino di rinnovare per 5 anni il patto di collaborazione con un gruppo spontaneo di cittadini che si sono impegnati a ristrutturare e prendere in carico l'immobile di corso Regina 47, occupato illegalmente ormai da tantissimi anni, dagli antagonisti. Il progetto di co-progettazione è cominciato a gennaio 2024 anche per dare una legittimazione al centro sociale, che si distingue nel panorama dell'antagonismo per l'elevata violenza di parte dei suoi militanti, alcuni dei quali sono attualmente a processo anche per associazione a delinquere. Il patto di collaborazione approvato lo scorso anno prevedeva, nella fase iniziale, l'utilizzo del solo spazio esterno all'immobile ma nell'ultima delibera è stato recepito un nuovo patto di collaborazione per la cura e gestione condivisa dei locali al piano terreno dell'immobile e dell'area esterna di pertinenza. Ma l'edificio risulta attualmente occupato dagli stessi antagonisti, che nonostante l'anno scorso abbiano garantito lo sgombero dell'immobile, da lì non sono mai usciti come testimoniano anche gli striscioni appesi sulla facciata nel febbraio 2024: «Non potete fermare il vento, ci fate solo perdere tempo».
Tuttavia, alla luce del nuovo patto di collaborazione, la Regione Piemonte ha annunciato che farà valere la legge regionale in base alle quale i patti di collaborazione su immobili che siano stati oggetto di occupazione abusiva nei cinque anni precedenti sono vietati. «Faremo valere le ragioni della legalità in Tribunale. La nostra legge è pienamente in vigore e non è stata impugnata neanche dal Comune di Torino, che era libero di farlo qualora l'avesse ritenuta illegittima e non rispettosa delle sue prerogative», ha spiegato l'assessore della Regione Piemonte Maurizio Marrone. «È sconcertante come il Comune di Torino vada avanti nella sanatoria del centro sociale Askatasuna, e sembra ancora una beffa il richiamo al ripudio della violenza quando è di dominio pubblico il carattere aggressivo e minaccioso del centro sociale», ha aggiunto l'onorevole di FdI Augusta Montaruli.
Un fronte simile si sta aprendo nel centro sociale Leoncavallo di Milano, attualmente sotto sfratto in via Watteau. La visita dell'ufficiale giudiziario di martedì 19 marzo si è conclusa con un nulla di fatto e tutto è stato rinviato al prossimo 15 maggio. Il Comune ha però fatto sapere di aver ricevuto una manifestazione di interesse da parte del Leoncavallo tramite l'Associazione Mamme antifasciste per uno stabile di proprietà comunale in via San Dionigi. Anche in questo caso è stata intrapresa una strada per la legalizzazione. «Speriamo che sia la volta buona», fanno sapere dal centro sociale. Ma le opposizioni di Palazzo Marino alzano le barricate: «L'unica evoluzione che vorremmo vedere, è uno sgombero con conseguente ripristino della legalità». Così hanno dichiarato Alessandro Verri e Paolo Guido Bassi, rispettivamente presidenti dei gruppi Lega in Comune e in Municipio 4. Il deputato di FdI ed ex vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, rincara: «Denuncerò per diversi reati a Procura e Corte dei Conti il Comune se darà una sede comunale al Leonka. Ora basta».
Degno di nota è anche il caso del centro sociale Django di Treviso, che dalla precedente amministrazione di centrosinistra ha ottenuto l'uso dello spazio pubblico dell'ex caserma Piave e la cui concessione è ora in scadenza.
Uno dei suoi volti storici, Gaia Righetto, è stata più volte denunciata, l'ultima a gennaio 2024 per i disordini pro-Palestina all'esterno della fiera Vicenzaoro, e ha una condanna in primo grado. Attualmente, Righetto risulta essere un'insegnante supplente a Tarzo, in provincia di Treviso.
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