La provocazione: abolire la scuola pubblica

Con la liberalizzazione si potrebbe sanare una situazione ormai in declino totale. Un sistema ereditato dal fascismo che non funziona più. Oggi si impara solo il conformismo sinistroide, e gli insegnanti sono ex sessantottini frustrati

La provocazione: abolire 
la scuola pubblica

Rino Cammilleri

Roma - La lettera-sfogo che un insegnante di religione ha inviato al direttore pochi giorni fa ha fatto traboccare il vaso (il mio). Sì, perché se gli insegnanti italiani sono mediamente frustrati, quelli di religione lo sono di più, in quanto oltre allo sfascio della scuola italiana devono sopportare l’imbecillità politicamente corretta di molti colleghi. Con tutti gli in-bocca-al-lupo che il ministro Gelmini merita per la sua impresa improba, ci sentiamo di dire, tuttavia: non sarà fatica sprecata? Cioè, in metafora, un paio di pezze su quello che ormai è un colabrodo, valgono la candela? La scuola statale italiana è talmente malridotta che nemmeno i figli dei responsabili ideologici (dello sfascio, s'intende) ci vanno più. Non c’è bisogno di scomodare le statistiche comparate per sapere che è il luogo dove, ben che ti vada, impari solo il più vieto e piatto e banale conformismo sinistroide, le cui «lezioni» sono impartite da tutti quegli ex sessantottini che non sono riusciti a diventare giornalisti o registi o scrittori professionisti di gialli.

«Sciopero» e «agitazione» sono il pane quotidiano per le sinistre e pescano a man bassa tra gli adolescenti per ovvie ragioni psicologiche. Neanche gli operai danno più loro retta, da qui la tenacia con cui si attaccano all'unico settore in cui ormai pescano: la scuola di stato. La crisi della famiglia e di identità dei genitori completano il quadro del Titanic divora-risorse, del baraccone napoleonico che, ormai, siamo rimasti quasi soli a foraggiare nel mondo. Sì, perché in tutti i Paesi civili la scuola statale è di serie B rispetto alle altre. Non da noi. Un milione di addetti. Che, essendo laureati o diplomati, vanno pagati da tali. Ma sono troppi; così, li si paga poco. Non solo: basta chiedere agli psichiatri per sapere che, nelle classifiche dei loro pazienti, gli insegnanti stanno in cima (è stata addirittura fondata una Onlus che studia il c. d. burning out dei docenti e fa capo al dott. V. Lodolo D’Oria). Ormai non è più tempo di cercare soluzioni, perché l'unica è fare come fece la Germania federale quando ereditò la Ddr: guardò oltre il Muro e vide che sarebbe costato meno radere al suolo tutto per rifare di sana pianta. Così è per la scuola italiana. Ebbene, anni fa bastò un’alchimia referendaria dei radicali per fare abolire il Ministero dell’Agricoltura, ricordate? Qualcuno faccia lo stesso con la scuola, per carità di patria. Essa, così com'è, non può funzionare, per il semplice motivo che il problema, come si suol dire, sta nel manico.

Gli esempi storici ci vogliono e li facciamo: la scuola di stato, unica e uguale per tutti, è un'invenzione giacobina che ha la triste caratteristica di marciare a dovere solo sotto le dittature o le simil-dittature. Non a caso fu Napoleone a esportare il modello francese da noi. Quando il Piemonte fece, a mano armata, l’Unità, centralizzò anche la scuola e, soprattutto, la plasmò su un modello ideologico unico, quello della casta liberal-massonica che aveva preso il potere. De Sanctis le diede i programmi, Cuore fu la sua bibbia. Piacesse o meno, quel modello di scuola funzionò a dovere fino all'avvento del fascismo. Il quale, da buona dittatura centralistica, col sistema Gentile creò una scuola coi fiocchi e un sistema scolastico che il mondo ci invidiò fino alla guerra. Lo stato fascista «educava» dalla culla alla bara e, soprattutto, non aveva opposizioni ideologiche, cosa che gli permetteva di orientare (sia pure a modo suo) e non dis-orientare il cittadino, il tipo di cittadino, che voleva formare.

Il sistema gentiliano era talmente egregio che la ricostruzione postbellica si guardò bene dallo smantellarlo, così come tutte le altre eredità fasciste nel ruolo dello stato. La Dc cercò il più possibile di tenere le mani sul ministero corrispondente, e le cose andarono lisce fino al Sessantotto. Da noi, com’è noto, il Sessantotto durò dieci anni e molti di quella generazione oggi siedono in politica, nelle sedi internazionali e nei media. Da noi il Sessantotto fu subito imbrigliato dall’ideologia marxista e dilagò nelle università e, soprattutto, nella scuola. Ma le altre ideologie rappresentate nel Paese riuscirono, bene o male, a tenere botta e così un «pensiero unico» in Italia non si insediò al potere. La scuola di stato è, per forza di cose, permeata dall’ideologia di chi comanda. Ma se a comandare è un pluralismo ideologico malsano come quello che per tanti anni abbiamo dovuto sopportare (e ancora adesso non pare se ne sia del tutto usciti), la scuola statale non può non esserne lo specchio. Per questo è quello che è. A meno che... A meno che non si butti a mare il ferro vecchio, ormai più dannoso che inutile. Dov’è scritto che deve essere per forza lo Stato a occuparsi dell’educazione? I tempi di Robespierre, per fortuna, sono finiti da secoli e nulla hanno a che vedere con gli attuali. Lo Stato smetta di tenere le mani su un settore che, per natura, non gli compete. Liberalizziamo tutto. Chi vuole intraprendere nel settore dell'educazione, lo faccia, a sue spese e a suo rischio. Lo Stato si occupi solo di supervedere (ma a grande distanza) e intervenga solo quando si attenta al codice penale. Col risparmiato potrà (e gliene avanzerà) fornire borse di studio ai meritevoli che vogliono iscriversi alle scuole più prestigiose. Oppure dette borse di studio potranno essere elargite da entità private desiderose di farsi pubblicità e di ottenere sgravi fiscali. Il meccanismo è semplice e il dialogo che potrebbe svolgersi tra un preside e il sottoscritto sarebbe il seguente: vorrei insegnare nella sua scuola, ecco qui le mie pubblicazioni, quanto mi dà? Risposta: lei è poco prestigioso, non se ne fa niente. Oppure: sì, la assumo, ma sappia che se per causa sua le iscrizioni dovessero calare la licenzierò sui due piedi. Voi mi direte: ma così ci sarebbero scuole islamiche, scuole buddiste, scuole comuniste, scuole gay... Risponderò: ecchissenefrega, ben vengano.

Staremo a vedere quanto potranno durare le stravaganze, visto che, poi, i pargoli dovranno confrontarsi con un mercato del lavoro agnostico e con regole molto più spietate. Personalmente ritengo che le scuole variopinte ma che non garantissero sbocchi seri fallirebbero in poco tempo. Già, i figli so «piezz’e’ core». Anche per i genitori «alternativi».

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