Ragazzi sardi apocalittici e disintegrati

Flavio Soriga racconta una gioventù isolana sradicata e senza sogni

Ventilano una personale pianificazione culturale ed etnica, i giovani sardi on the road, vitelloni esasperati di provincia, che consentono ad un Flavio Soriga in gran forma di afferrare il testimone caduto dalla mano di Sergio Atzeni: «Noi vogliamo le frontiere libere e l’immigrazione massiccia... Noi vogliamo la ricolonizzazione dell’isola con qualunque sangue giovane di qualsiasi etnia e credo religioso e politico, noi vogliamo il proliferare dei matrimoni misti di qualunque genere, viva le giovani moldave sposate agli ottantenni di Sassari...».
Non sarà, come ideologia, un tantino interessata? Visto che allo scopo di mettere qualcosa nelle loro tasche di disoccupati non trovano di meglio che sfondare nottetempo i cassetti dei municipi, e rubare le carte d’identità. Le rivenderanno per l’appunto alle giovani moldave sans papier, cento euro al pezzo.
Su questi scassinatori autodistruttivi ed ebbri di vita - si chiamano Pani, Licheri, Corda - soffia un vento che spira dalla dolce ala della giovinezza. In fondo, non sarebbero nemmeno troppo disarmati: sono addirittura dottori di ricerca o giù di lì, sebbene in una di quelle materie-sirena che nove volte su dieci conducono di filato alla disoccupazione intellettuale: Storia del cinema, Storia e letteratura sarda...
Titoli peraltro non spendibili sull’isola, dove le possibilità per un laureato di trovare lavoro rasenterebbero lo zero. Per cui non resta che tornare tutte le sere nella stessa discoteca, «Il Peyote», e struggersi al ricordo di un amore perduto: «Le ballerine, avere una storia con una di loro c’è questo problema che noi conosciamo bene, questo fatto che sessualmente, loro sono praticamente insuperabili e facilmente diventano un’ossessione, come è successo a noi...».
Fino a compiere il matricidio letterario di Corda, aspirante scrittore: il quale, alla giuria che gli ha assegnato il secondo premio, dichiara di volersi dimettere da sardo, per poi affrettarsi ad imbrattare, davanti alla platea esterrefatta, la memoria di Grazia Deledda: «La nostra matrona malefica, quella donna che ha osato chiamare un figlio Sardus, quella meretrice maledetta, spacciatrice di luoghi comuni adulterati...». E abbiamo passato sotto silenzio che al difficile rapporto con l’insularità si aggiunge, nel caso della voce narrante, l’intimità con una malattia che obbliga, ogni due settimane, alle trasfusioni.
Eppure, sarà forse per l’ombra di redenzione offerta della malattia - malattia che l’autore, lo apprendiamo nella pagina dei ringraziamenti, divide con il suo eroe -; o magari l’energia che riescono a trasmettere; ma dalle disavventure di questi «pirati» non troppo commendevoli traspaiono una serietà e una verità rare.

Sardinia blues (Bompiani, pagg. 272, euro 16) ha tutti i numeri per diventare un lirico libro di culto; ma vantando un’onestà, non solo letteraria, che i più noti fra i libri di culto, in genere, non hanno mai intravisto.

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