Ma dove era andato a finire Renato Rascel?

La domanda "dove andranno a finire i palloncini?", posta da Renato Rascel (1912-91) in uno dei suoi spettacoli, è un quesito a cui Alexa non potrà mai dare una risposta intelligente

Ma dove era andato a finire Renato Rascel?

La domanda «dove andranno a finire i palloncini?», posta da Renato Rascel (1912-91) in uno dei suoi spettacoli, è un quesito a cui Alexa non potrà mai dare una risposta intelligente. La soluzione invece fornita da Rascel, ossia che «vanno a spasso per l'azzurrità», poteva venire solo da lui, dalla capacità che aveva di condire pensieri poetici con il surreale.

Renato Ranucci, divenuto Rachel ispirandosi a una cipria francese e poi Rascel, per evitare disappunti da parte del consorte di donna Rachele, è un artista pressoché ignoto ai giovani. Che possono rimediare, tuttavia, col volume della studiosa Elisabetta Castiglioni Renato Rascel. Un protagonista dello spettacolo del Novecento (Iacobelli Editore), frutto di ricerche realizzate in epoca pre-internet le quali, a vent'anni di distanza, mantengono la preziosità. Un libro necessario per (ri)scoprire un percorso artistico fatto di creatività ma pure di astuzie. Non era facile, nel Ventennio, sfuggire alle censure, ma la fortuna dei suoi monologhi assurdi è che il regime ne coglieva poco il senso, tanto che gli fu consentito di cantare È arrivata la bufera, allusiva del conflitto mondiale in corso, ai soldati al fronte. Nel dopoguerra la sua arte proruppe, giungendo a maturità nelle «favole musicali» di Garinei e Giovannini, comprensive delle giocose Attanasio cavallo vanesio, Alvaro piuttosto corsaro e delle più sofisticate Un paio d'ali, Enrico '61.

Ci volle coraggio per indossare, al cinema, i panni gogoliani del modesto impiegato de Il cappotto e per scudisciare il pubblico televisivo con le storie di barboni in Stasera a Rascel City, ma riteneva giusto che l'interprete delle popolarissime Arrivederci Roma e Romantica dovesse mettersi in gioco.

«Io prendo manciate di parole e le lancio in aria»: così descriveva il proprio metodo l'artista che Chaplin definì, intervistato dal Times, il suo erede.

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