Scandroglio, il nostro poeta delle vette

Ideatore di "LetterAltura" ha raccontato la montagna come stile di vita.

Era già al di là di tutto, Lorenzo Scandroglio, pareva un Pan dei ghiacciai, aveva il Tabor e il Monte Analogo nello zaino, un'Iliade negli occhi.

Poeta dal talento feroce, aveva preferito la via dei boschi a quella dell'accademia, l'avventura alla redazione, l'epica alla cronaca, perseguendo la sapienza selvaggia dei suoi maestri: Rimbaud, Thoreau, D.H. Lawrence, soprattutto, di cui condivideva l'anarchismo, la spregiudicatezza; a cui somigliava, fisicamente, moltissimo e di cui tradusse, per il Domenicale, un saggio memorabile, antimoderno, L'educazione del popolo. Il cammeo con cui descrive Lawrence «Preso nel folle vortice della vita che preme nei piedi e nelle mani, scrive e viaggia a ritmi vertiginosi» funge, di fatto, da autoritratto. Aveva 52 anni, gestiva il rifugio Cai Città di Arona sul Veglia, e lì si è sentito male, Scandroglio, il primo luglio scorso. Ricoverato all'ospedale Maggiore di Novara in condizioni gravissime, l'emorragia cerebrale non gli ha dato scampo: ieri l'ufficialità della morte.

È riuscito a fondere il genio giornalistico con la passione per l'alpinismo: è stato caporedattore di Alp, ha fondato LetterAltura, il «Festival di letteratura di montagna, viaggio, avventura», ha scritto per il Giornale. Tra l'altro, per questa testata, nel 2012, ha intervistato Derek Walcott, il grande poeta premio Nobel, che gli ha detto: «nessuna opera d'arte o letteraria e nessun grande scrittore o artista è in grado di rispondere in modo risolutivo alla questione fondamentale della morte, cioè del tempo che passa, che è la sostanza autentica della realtà».

Sorrideva spesso, era amato da tutti e tutti amava, Scandroglio; la rabbia aveva la stessa esigenza della compassione. Pensava alla scrittura, in fondo, come a una forma di viltà, un gesto da codardi; credeva negli incontri, piuttosto, nell'occasione che rende poeti, nei legami forti perché transitori. Con LietoColle, nel 2003, pubblica una raccolta, Lo sprone e il morso, che diventa, in questo Paese impoetico, un piccolo caso. Un paio di anni fa, su Pangea, riassume la propria poetica così: «Sogno, idea, visione, sono parole rimosse anche da gran parte del vocabolario artistico, cioè rimosse dai vocabolari che eludono la questione della morte. In questo ambito, in questa terra non ancora del tutto dissodata dell'alpinismo, in questa novalis, lo scalatore, assomiglia al poeta. Gli alpinisti sono dei visionari». Mi insegnò che c'è una sintonia tra i sentieri di montagna e i versi di Rainer Maria Rilke, che basta alzare lo sguardo per scrivere, che la fama è superflua e tutto va sfidato.

Di un suo poema, Poesia e vita, conservo questi versi, «Infine sono salito dove il cielo è più alto/ dove ti schianta l'incanto», epigrafici. Quando parlava, sapeva incantare, Scandroglio, aveva fuochi tra le dita. Nessuna vetta, ora, gli è preclusa.

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