Spencer il dimenticato. Un robusto antidoto allo Stato onnipotente

Catalogato alla voce «darwinismo sociale», anticipa idee liberali e fustiga la burocrazia

Spencer il dimenticato. Un robusto antidoto allo Stato onnipotente

All'epoca in cui visse, l'età vittoriana, Herbert Spencer fu considerato il maggiore filosofo del tempo, un «magnifico dinosauro» del pensiero. Anche i suoi avversari lo rispettavano e lo guardavano con timore reverenziale. Era, insomma, una specie di patriarca degli studi filosofici e sociologici. Molti intellettuali si ritenevano allora debitori di questo pensatore, che aveva esaltato l'individuo e la libertà e la cui riflessione sarebbe stata, poi, liquidata con l'imbarazzante, limitativa e semplicistica formula del «darwinismo sociale». Persino Beatrice Webb, destinata a diventare insieme al marito Sidney Webb un punto di riferimento del laburismo, rese omaggio allo spirito analitico di Spencer: «mi insegnò a esaminare ogni istituzione sociale alla stregua di una pianta o di un animale, come un oggetto che può essere osservato, classificato e spiegato e le cui azioni possono essere in qualche misura previste, a patto di averne una conoscenza sufficiente». Per quanto avesse moltissimi estimatori e seguaci, Spencer non riuscì, però, a coltivare sentimenti di profonda amicizia: fra i pochi rapporti amichevoli, destinati a resistere inalterati nel tempo, vi fu quello con la celebre scrittrice George Eliot (pseudonimo di Marian Evans) e con il suo compagno, il filosofo e critico George Lewes, che per la natura scandalosa della loro relazione, vivevano, pur essi, praticamente isolati e al margine della società letteraria del tempo.

Spencer era nato a Derby nel 1820 (sarebbe morto a Brighton nel 1903, da una famiglia protestante) e aveva avuto una formazione da autodidatta anche se una parte non del tutto secondaria della sua preparazione fu dovuta allo zio Thomas, un pastore evangelico, austero e diffidente nei confronti del governo. La sua rigidità era talmente forte che un giorno, durante una festa, rispose, a chi gli chiedeva perché il nipote non danzasse con gli altri ragazzi: «No, Spencer ever dances». L'aneddoto spiega, in parte almeno, l'influenza che l'ambiente dello zio, insieme alle sue idee libertarie, dovette avere sulla precisazione della personalità del giovane.

Spencer faticò a scoprire la sua vocazione. Per qualche tempo lavorò come ingegnere nelle ferrovie e poi come giornalista diventando sub-editor dell'Economist. A partire, più o meno, dalla seconda metà dell'Ottocento cominciò a scrivere i libri che lo avrebbero reso famoso: testi di psicologia, biologia e sociologia in parte influenzati dalla lettura di Darwin e uniti fra loro nel progetto, tipicamente ottocentesco, di elaborazione di un sistema di «filosofia sintetica» generale al quale l'autore lavorò per tutta la vita. Ma anche testi di politica e di filosofia politica, i più robusti e duraturi della sua attività speculativa, che esaltavano l'individualismo e la libertà individuale e che avrebbero avuto maggior fortuna oltreoceano che non nella sua patria.

È singolare il fatto che il nome di Spencer sia stato (e sia ancora oggi) ricordato nei manuali di storia della filosofia e di storia della sociologia, mentre non abbia trovato spazio adeguato nelle principali opere, soprattutto italiane, che trattano dell'evoluzione del pensiero liberale: è appena citato, per fare un solo esempio, nei pur pregevoli e imprescindibili lavori di Guido De Ruggero e di Giuseppe Bedeschi. Eppure le sue riflessioni sulla libertà, sui compiti e sui limiti del governo, sui pericoli della burocratizzazione e dello statalismo sono tuttora attuali. Come è ben dimostrato dalla lettura del suo volume L'uomo contro lo Stato (liberlibri, pp. 304, euro 20) curato da Alberto Mingardi il quale vi ha premesso un lungo studio introduttivo che ricostruisce con finezza critica l'iter intellettuale di Spencer e ne mostra l'attualità.

Spencer era un liberale puro, convinto che non fosse possibile una «concezione della libertà» in assenza di «un genuino sentimento di libertà». In una lettera del 1893, citata da Mingardi, si legge: «non vi è teoria che possa essere d'aiuto in tale materia, se non vi è un carattere che risponda alla teoria, se non vi è un sentimento che spinga a proclamare la libertà individuale e a indignarsi dinanzi a ogni sua violazione, che sia contro noi stessi o a danno di altri». Proprio il suo istintivo sentimento della libertà spingeva Spencer a demonizzare il socialismo visto come «la schiavitù prossima ventura» e non già come un movimento o un assetto politico-economico capace di migliorare le condizioni di vita degli uomini. La strada verso il socialismo, secondo lui, passava attraverso l'interventismo statale legato all'idea errata che «ogni forma di disagio sociale» potesse «essere eliminata e che qualcuno» dovesse «assolvere a tale compito». Troppo spesso, secondo Spencer, i «legislatori ignoranti» avevano accresciuto le sofferenze che si erano proposti di mitigare. Sembra di leggere le considerazioni che molti decenni dopo la pubblicazione del saggio spenseriano che è del 1884, all'indomani della seconda guerra mondiale, avrebbe fatto Friedrich von Hayek nel celebre libro The road to serfdom (La via verso la schiavitù) divenuto un livre de chevet del pensiero liberale contemporaneo.

L'anti-statalismo di Spencer se proprio vogliamo chiamarlo così non ha nulla in comune con il pensiero anarchico che giunge alla negazione stessa dello Stato. Per lui lo Stato, che pure è storicamente «generato dall'aggressione e per l'aggressione», dovrebbe limitarsi a tutelare la libertà e le libertà all'interno del paese e a preservare la società dalle aggressioni esterne. Invece esso tende a estendere la sua funzione di legislatore in tutti i campi: «le nostre sfortune nazionali non sono sorte dalle difficoltà inerenti alla natura del governo, quanto piuttosto dalla volontà di legiferare dove non c'era bisogno di legislazione». L'eccesso di regolamentazione spinge, oltre che verso l'autoritarismo, verso un accrescimento incontrollabile della burocrazia che ricorda, mutatis mutandis, l'irriverente legge elaborata da Cyril Northcote Parkinson secondo la quale l'organizzazione, e quindi anche l'apparato burocratico, tende a moltiplicare il lavoro.

Alla base della tendenza dello Stato a diventare sempre più invasivo c'è la fiducia nell'onnipotenza dell'organo legislativo, una di quelle «superstizioni politiche» delle quali Spencer fu sempre nemico acerrimo: «la grande superstizione politica del passato era il diritto divino dei re. La grande superstizione politica del presente è il diritto divino dei parlamenti. Sembra quasi che l'olio della sacra unzione sia inavvertitamente gocciolato dalla testa dell'uno a quella dei molti, consacrandoli, e con loro i loro decreti».

La proliferazione delle leggi, della regolamentazione anche di ciò che non sarebbe da regolare, della filantropia alla base dello Stato sociale sono obiettivi della penna acuminata di Herbert Spencer, anticipatore, per molti versi, dei teorici dello «Stato minimo» e convinto assertore dell'idea che nelle moderne società industriali debba essere garantito ad ogni individuo il massimo di libertà compatibile con la libertà degli altri.

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