La storia vera dietro Peaky Blinders

Arriva su Netflix la sesta e ultima stagione di Peaky Blinders. Cala il sipario sulla serie inglese che racconta la storia vera della malavita a Birmingham

La storia vera dietro Peaky Blinders

Oggi sono tanti i fenomeni mediatici che sono diventati fonte di ispirazione per fiction molto celebri. La tv è un "bardo", un veicolo per trasmettere un’emozione e, cosa più importante, ha l’obbiettivo di raccontare una storia. Le serie tv hanno una narrazione che si sposa alla perfezione con questa concezione. Romanzare un fatto realmente accaduto è facile e lo abbiamo visto con l’immortale fenomeno di Gomorra o con il recentissimo Blocco 181, senza dimenticare le miniserie tv che su Netflix hanno generato un modesto chiacchiericcio tra i fili dei social. Tra le tante è impossibile non menzionare il grande successo di Peaky Blinders. Liberamente ispirata a una gang criminale che ha svolto i suoi loschi traffici a Birmingham durante il primo dopoguerra, la serie mette in evidenza i rapporti con la malavita del celebre quartiere di Small Health, aprendo una parentesi sulle vicissitudini della famiglia Shelby.

Trasmessa per la prima volta nel settembre del 2013 in Inghilterra e sul network della BBC Two, in Italia arriva su Netflix dal 2015. E ora è il colosso dello streaming mondiale che, dal 10 giugno, condivide con i suoi abbonati gli episodi – 6 in tutto – dell’ultima stagione di Peaky Blinders. Un serie che si è presa i suoi tempi per inanellare una vicenda coinvolgente, dal grande appeal e che è sempre riuscita a stupire il suo pubblico fedele. Ora, non è facile scrivere la parola fine a una storia che aveva ancora tanto da raccontare, eppure, al netto delle aspettative, il capitolo finale di Peaky Blinders regala al pubblico un ultimo atto che non deluderà i fan. Il segreto del suo successo? Raccontare una storia in bilico tra un drama umano e saga criminale.

La famiglia Shelby nell’Inghilterra degli anni ’20, la trama della serie tv

Ambientata a cavallo tra i due conflitti mondiali, la serie inizia a muovere i suoi passi nella Birmingham del 1919 in un momento molto difficile per la popolazione. Sull’orlo del tracollo economico e sociale, e vicino a una guerra civile tra poveri, la famiglia Shelby cerca di imporsi nel quartiere di provenienza. Sono criminali ma allo stesso tempo cercano di mantenere la tranquillità del luogo in cui vivono, come se volessero costruire un ponte con tutte le comunità di etnia diversa che vivono in città. A capo dei Peaky Blinders c’è Thomas (Cillian Murphy), secondogenito della famiglia e reduce decorato. A modo suo ha un forte senso della giustizia e crede fortemente in una "famiglia" prima di tutto. La sua gang prede il nome da un’usanza molto particolare, ovvero di nascondere una lametta da barba affilata nell’incavo del cappello, così da poter avere sempre un’arma da difesa a disposizione.

La vita è proseguita con stenti ma senza troppi scossoni, fino a quanto in città non arriva un nuovo (e spietato) ispettore di polizia che, su mandato di Churchill, ha il compito di mettere un freno alla gang, di ripulire le strade dalla micro-criminalità e di recuperare un carico di armi rubate. Thomas non ha intenzione di scendere a patti con nessuno e cerca di mantenere la sua egemonia nel quartiere, sfidando anche l’impossibile. Episodio dopo episodio, la serie si arricchisce di particolari e di storie (vere) dalle profondità della Birmingham più cupa e violenta. Come avviene nella seconda stagione, in cui i Peaky Blinders sono costretti a "mercanteggiare" persino la mafia russa. Fino ad arrivare alla stagione finale in cui il "potere" stesso della gang è messo in serio pericolo da alcuni dissidi interni.

Un affresco storico brutale ma coinvolgente

Come avviene in ogni drama storico, non è facile entrare in sintonia con i personaggi e muoversi nel contesto in cui è ambientata la vicenda. Se in Inghilterra sono celebri le storie che emergono dal profondo sud, qui in Italia le imprese di famiglie straniere costrette a muoversi in un contesto difficile sono dei semplici echi. Infatti, a primo impatto, Peaky Blinders si presenta come un complesso racconto generazionale di un’epoca che fu, dove vince solo il più forte. Eppure, con costanza, la serie costruisce un perfetto affresco storico, senza dimenticare di aprire una parentesi sulla vita di una famiglia criminale che ha il suo senso del dovere. Sono consapevoli di non essere nel giusto e di giocare contro la legge, ma è l’unico modo che conoscono per restare a galla in un mondo che chiede sempre di più. Peaky Blinders è sì una serie complessa, brutale, violenta ma è anche una storia intensa e lodevole che racconta uno spaccato di vita vissuta in un momento storico pieno di cambiamenti (e pronto a esplodere). Dopo una prima stagione dal ritmo lento e didascalico, fa seguito un secondo e terzo capitolo dal fascino seducente che – quasi – fa entrare in sintonia con la visione di Thomas e company di una malavita che combatte a armi pari contro la legge e i suoi stessi nemici.

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Tanti i volti noti che animano la serie tv

Premiata dalla critica e da ascolti record (almeno in Inghilterra, tanto che dalla stagione quattro ha trascolato su BBC One), la serie ha convinto grazie a una passerella di star che hanno animato le vicende. In primis c’è Cillian Murphy che interpreta l’amato e odiato Thomas. Il famoso attore irlandese è stato visto in Ritorno a Cold Mountain ed è stato il nemico giurato di Batman nel primo film della trilogia firmata da Nolan. Ma è grazie alla serie tv che ha vinto il suo prima NTAs nel 2000. Senza dimenticare Sam Neil che per due stagioni è stato il commissario Campbell, e Tom Hardy che dalla seconda stagione interpreta Alfie Solomons, nemico dei Shelby.

Perché vedere Peaky Blinders?

È una serie da digerire con cautela, dedicata a un pubblico maschile e chi predilige un racconto che non sia fine a se stesso. È da assaporare passo dopo passo. È da vedere perché è un ottimo esempio di drama in costume che riverbera storie del secolo scorso. E piace a chi è in cerca di una serie cruda e accattivante che miscela la cronaca alla fiction, senza far collidere i due universi.

La storia vera dietro la serie tv. Gli Shelby tra mito e fiction

Come riportano i libri di storia, i Peaky Blinders del titolo sono stati una gang criminale di Birmingham di inizio del XX secolo. Il gruppo è nato alla luce dei sentimenti di insoddisfazione che si respiravano dopo il primo conflitto mondiale, in particolare a causa delle dure privazioni economiche che hanno colpito la classe operaia. Come accade nella sere tv, anche nella realtà il potere sociale della banda si fondava su rapine, racket, eccesso di violenza e il gioco d’azzardo. Come una sorta di club esclusivo, i Blinders avevano un alto livello organizzativo. Hanno ottenuto il domino che si è esteso ben oltre il quartiere, scontrandosi con gang rivali come i Sloggers e i Cheapside. Per oltre 20 anni hanno dominato come dei re, fino a quando, i Birmingham Boys, guidati da Billy Kimber, hanno cominciato a prendere molto piede in città, segnando la caduta dei Blinders. Nella realtà sono stati attivo tra la fine dell’800 fino al 1910. La serie sposta le avventure un decennio più tardi. Sparirono dalla circolazione, ma il loro nome ancora oggi è emulato dalle nuove gang di strada che si muovono nel sottobosco della città.

Il significato di "Peaky Blinders"

Il nome della serie tv ha diversi significati. Non solo quello di cucire lamette da barba nell’incavo del cappello, ma il termine "peaky" ha un’etimologia molto particolare.

Secondo una traduzione letterale, il termine può essere tradotto come "affilato", e "blinders" fa riferimento al copricapo indossato dai parroci protestanti. È un termine che non è molto di usato a Londra, ma è uno slang comune tra i giovani che vivono proprio a Birmingham.

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