Un anno senza Kobe, eroe del basket

Bryant era leader o tiranno? Il libro di Simone Marcuzzi sulla vita privata e sportiva di uno dei più grandi sportivi di sempre

Un anno senza Kobe, eroe del basket

L’ha cercata per tutta la vita, l’immortalità cestistica. E poi è successo quello che solo Omero aveva capito davvero fino in fondo: che l’eternità, tragicamente, la si conquista solo morendo. È abbandonando la terra che si ottiene il cielo della fama assoluta. “Se resto sotto Troia è precluso a me il ritorno, ma avrò gloria immortale - diceva Achille nell’Iliade - Se invece tornassi nella cara terra dei padri, sarebbe perduta per me la nobile gloria”. Possibile fosse questo il destino di Kobe? Che il podio più alto, che il record mai battuto neppure da Jordan, fosse quello di lasciare un ricordo reso indelebile dal suo abbandonarci prima del tempo? Le comete, splendide, hanno vita breve.

Kobe Bryant un po’ Achille lo è stato. Non tanto, o non solo, per quel tendine che l’ha tradito quando sperava di raggiungere l’agognato sesto anello. Certo non perché ha scelto di morire tra le lamiere di quel maledetto elicottero, come Achille scelse di perire sotto le mura di Troia. Ma perché tutta la sua esistenza è stata un’infinita lotta per battere un mostro interiore - l’ossessione di essere il migliore, la gloria eterna - che l'ha consumato al punto da portare il fisico ai limiti del possibile. È la sua storia a parlare per lui. “Cantami, o Diva, del pelide Kobe l’ira funesta”.

L’ira funesta del mito giallo-oro l’ha cantata egregiamente Simone Marcuzzi nel suo "Kobe. La meravigliosa, incredibile e tragica storia del Black Mamba" (Piemme, 228 pagine, 16,50 euro). Un viaggio a ritroso nel Bryant bambino, quello che con le calze di papà finge di sfidare gli dei del basket scambiando la cameretta per l’arena e il cestone dei panni sporchi per il canestro della vittoria. Un viaggio nel Kobe ragazzo, nel Kobe uomo. Nell’atleta che si sveglia alle 4 del mattino per perfezionare la perfezione. Il leader solo. La stella venerata e al tempo stesso malvista, odi et amo. Kobe che indossa il maglia numero 8. Braynt che sceglie la 24. I passaggi dolorosi, le liti con la famiglia, i tradimenti alla moglie, il quasi divorzio, le accuse di stupro. E poi la rinascita, i 5 anelli, le vittorie. Un anno fa scrissi che anche chi non l’ha amato lo ha di certo ammirato. Per la sua dedizione, per il talento cristallino, per i record infranti. Anche se troppo egoista, anche se troppo solo, anche se troppo e basta. Tre, due, uno. Kobe non c’è più.

Un anno dopo riguardo ancora le immagini di quell’elicottero fumante e mi chiedo come sia possibile. Non è vero. Non è normale. E perché Gianna? Quale dannato poeta distruggerebbe una fiore che deve ancora sbocciare? Rileggere meraviglie e difetti, ascese e cadute di Kobe è come percorrere i viali alberati dei cimiteri. Ti viene il magone. È come svegliarsi di colpo da un bel sogno: perché è già finito? Kobe era il nostro sogno. Il ragazzino un po’ italiano che dal campetto minors di Reggio Emilia raggiunge l’Olimpio Nba. Il bimbo che incanta il mondo al pari di quei giganti che osservava giocare da adolescente. Marcuzzi racconta un episodio emblematico: alle giovanili, durante una partita, Kobe si fa male al ginocchio. Piange disperato. “Il capitano della squadra lo consola, non sembra nulla di male, ma Kobe lo zittisce. Afferma che quell’infortunio potrebbe precludere il suo approdo in Nba”. Sembra la classica frase sognante di un ragazzino, ma per lui era “un annuncio solenne”. E così è stato.

Ci ha donato un basket indivuduale bello, puro. Fatto di esplosività, fantasia, eleganza. Il basket che non si accontenta di uno step back o di una gara a chi segna da più lontano. “Sublime bellezza tecnica”. Probabilmente non ha mai trovato il modo per fondere davvero il suo gioco personale con quello dell’intera squadra. Ma cosa importa, ormai? Per chi è cresciuto a pane e palla a spicchi tra il 1996 e il 2016, il 26 gennaio diventerà una sorta rito annuale immancabile. È come se Kobe avesse fissato con noi un appuntamento: se non fosse un freddo indicibile, oggi qualcuno di noi prenderebbe il pallone per passare qualche istante al campetto ad imitarne malamente i movimenti.

Il libro di Marcuzzi va letto perché racconta bene in cosa Kobe fosse “diverso”. L’etica del lavoro, certo. L’approccio scientifico, ovviamente. L’idea che ogni sconfitta abbia “il sapore del tradimento”. Ma anche la “bestia feroce” che lo divora internamente. Kobe è al tempo stesso “Bryant” fuori dal campo e “Black Mamba” dentro. Il serpente velenoso che uccide pur di arrivare lassù, più in alto degli altri. L’ossessione per la vittoria, l’ardore degli 81 punti, la follia dei 60 nella partita d’addio. Ma anche la morte incarnata che rischia di rovinare tutto: Kobe non era un esempio nella vita, non va santificato perché pieno di difetti. Ma resta un idolo sportivo, ed è ben diverso.

Marcuzzi fa poi una scelta intelligente. Scrive che Kobe sul parquet ricordava Michael Jordan, ma non li mette mai davvero a confronto. Non lo fa neppure con LeBron James, stella degli odierni aspiranti cestisti. Inutile chiedersi chi sia il più forte tra loro: rappresentano tre momenti di basket diversi. Forse Kobe per le sue debolezze e per la quantità di lavoro profusa è più “eroe” e meno “dio”: non ha il talento perfetto di MJ e neppure il fisico da alieno di King James. Ma ha raggiunto comunque l’Olimpo.

Tutto merito della Mamba mentality, si dirà, di quella dedizione totale che ti permette di andare in lunetta su una gamba sola nonostante il tendine distrutto. Quella volta assicurò: tranquilli, Kobe tornerà.

Lo abbiamo sperato anche osservando il fumo salire da quell’elicottero, 365 giorni fa. “Kobe tornerà”, ci dicevamo increduli. Invece no, non stavolta. Mamba out. Per sempre. O almeno fino al prossimo 26 gennaio: perché ormai la gloria immortale gli appartiene. Come per Achille.

KOBE - Libro

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