Anna Banti, una scrittrice (molto esigente) al cinema

Quello degli «scrittori al cinema» è quasi un sottogenere letterario che si fregia di nomi illustri, anche prescindendo dagli scrittori-registi (Soldati, Pasolini...) e dal lavoro di sceneggiatura che per molti, da Pratolini a Flaiano, da Pirro a Tonino Guerra, è stato un secondo, impegnativo mestiere. Anna Banti (1895-1985), l’autrice di uno dei più bei romanzi del Novecento, Artemisia (1947), si limitò, con scadenza trimestrale sulla rivista L’approdo, a svolgere il ruolo di cronista dei film in circolazione. Dal ’52 al ’77 (con qualche sostanziosa premessa già nel ’50 su Paragone, la rivista che aveva fondato insieme al marito Roberto Longhi) si estende l’arco di questa non pacifica né remissiva consuetudine della Banti con la decima musa: donde oggi il volume Cinema 1950-1977 (pagg. XVIII-283, euro 30) curato da Maria Carla Papini per la Fondazione Longhi di Firenze.
Le prime di queste cronache registrano il declino di un «neorealismo» (evocato nelle sue massime altezze in Roma città aperta e in Paisà) che presto si avvilirà e sbriciolerà in filmetti a episodi, purtroppo molto amati all’estero. Piacerebbe alla Banti che la coralità o unanimità di cui tali pellicole erano state espressione tornasse, sia pur in forme aggiornate; ma di rado, su questo piano, troverà quel che chiede. Tuttavia ne La battaglia di Algeri di Pontecorvo e ne Le mani sulla città, di Rosi - o anche in Z. di Costa-Gavras - pare alla Banti che si realizzi il film «storico» quale sarebbe auspicabile, politicamente e stilisticamente: al riparo dai calligrafismi (e magari archeologismi) che caratterizzano opere degne ma poco necessarie, a esempio l’acclamato Gattopardo. Del resto, quasi nessun film di Visconti (salvo, in parte, Senso) riceve il plauso della Banti; Fellini, poi, «o prenderlo o lasciarlo» così com’è, carico di eccessi e difetti (il meglio di lui sono Le notti di Cabiria; orribili il Satyricon e il Casanova). Di Antonioni, il giovanile I vinti era immune dai successivi, funesti e noiosi intellettualismi, sbocciati in parallelo ai cerebrali prodotti della nouvelle vague francese, deprecati dalla Banti in Resnais (Hiroshima mon amour e L’anno scorso a Marienbad) e in Robbe-Grillet. Ma da quella generazione ogni tanto esce qualcosa di buono, grazie a Truffaut (I quattrocento colpi), a Godard, a Malle.
Rifiutato quasi per intero Buñuel - e ridimensionato Bergman -, la Francia e l’Inghilterra, con saltuario apporto anche italiano, rimangono al centro della passione critica della Banti. Mirabile il Mio zio di Tati, fra René Clair e i mimi eccelsi Charlot e Keaton; sempre bravo Losey; ottimo esempio di film «storico» il Tom Jones di Richardson, mentre il Breve incontro (1944) di Lean viene spesso ricordato a dimostrazione che dal nulla si può inventare una storia struggente e viva.

Stupisce semmai che, nell’affollato quadro, scarseggino le pellicole statunitensi, quando il venticinquennio coperto da queste cronache è l’epoca, per non dir altro, di Kazan e dei sempreverdi Ford e Houston; di Hitchcock e di Billy Wilder (maltrattati i suoi Viale del tramonto e Prima pagina), nonché ormai di Altman, di Spielberg (nessun riscontro a Duel) e di Kubrick, la cui Arancia meccanica serve (oltreché a stigmatizzare le ciniche applicazioni del freudismo) a ribadire un giudizio negativo sulla società americana. Malgrado tutto, alla Banti sembra che la vecchia Europa offra tuttora un modello di civiltà più libera e capace.

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