La diplomazia, il Gobbo, la Chiesa: così Matilde decise le sorti d'Europa

Feudataria potente, vassalla fedele e abile diplomatica, Matilde di Canossa fu l'ago della bilancia per garantire la pace in Europa durante la lotta per le investiture

La diplomazia, il Gobbo, la Chiesa: così Matilde decise le sorti d'Europa

È il 25 gennaio del 1077. Inginocchiato a terra sotto una tormenta di neve c’è un uomo scalzo, coperto soltanto da un saio di lana. Ha la fronte appoggiata sul portone chiodato della seconda cinta di mura del castello di Canossa, che svetta tra le cime innevate dell’Appennino reggiano. Piange e prega. Prega e singhiozza. All’apparenza potrebbe essere l’ultimo dei mendicanti, Enrico IV di Franconia, re di Germania e imperatore del Sacro Romano Impero. L’eletto da Dio è andato ad umiliarsi davanti al vicario di Cristo per chiedere la revoca della scomunica, implorando per tre giorni e tre notti ai piedi della fortezza il perdono del Papa.

A fare la spola tra gli appartamenti che accolgono Gregorio VII e la porta davanti alla quale aspetta fiducioso l’imperatore, con la veste di velluto e i lunghi ricci colore del rame, è Matilde la grancontessa, cugina dell’imperatore. La donna che per oltre trent’anni ha cercato la pace in Europa, mediando tra papato e impero nella lotta per le investiture. Figlia di Bonifacio Attoni e Beatrice di Lorena, nel giro di pochi anni, dopo la morte del padre e dei due fratelli, si ritrova a essere l’unica erede di tutte le terre che separano la Germania dallo Stato Pontificio. Matilde di Canossa nasce a Mantova intorno al 1045. A otto anni già parla tedesco, italiano, francese e sa scrivere in latino.

È una fanciulla ma il destino la porterà a essere educata come i rampolli maschi delle famiglie nobili. Cresce ascoltando le vite dei santi e dei martiri, giaculatorie e litanie, imparando a pesare i gesti e le parole dei suoi interlocutori, a prevedere se i vassalli saranno o meno fedeli dai loro comportamenti. Si prepara a governare un feudo che va dalla Francia alla Toscana, letteralmente al centro della disputa tra il Papa e l’imperatore. Per andare a Roma bisogna passare per le rocche e i castelli controllati dai Canossa. E questo fa di Matilde l’ago della bilancia. È ancora una bambina quando il pontefice Leone IX combina il matrimonio della madre Beatrice con Goffredo il Barbuto, duca dell’Alta Lorena, e della stessa Matilde con il figlio di lui Goffredo il Gobbo.

Una mossa studiata a tavolino per aumentare il potere dei due feudatari vicini al papato e arginare quello dell’imperatore Enrico III, che non vuole rinunciare al diritto di nominare i vescovi e il Papa. Per tutta risposta l’imperatore costringe la cugina Beatrice e sua figlia a seguirlo in Germania. Madre e figlia vivranno alla sua corte, prigioniere di fatto fino alla sua morte improvvisa all’inizio di ottobre del 1056 a Bodsfeld, nella regione dell’Hartz. Matilde giura fedeltà a Enrico IV. Sia lei che il nuovo imperatore sono ancora bambini, ma sanno che quei riti e quelle formule sono vincoli di fedeltà che li legheranno per sempre.

A dodici anni già veste come una signora. Si muove altera negli abiti con le lunghe maniche a campana, il mantello bordato di pelliccia e le scarpe impreziosite da perle e rubini. Viene fidanzata ufficialmente al Gobbo. Insieme dovranno sostenere il papato nella sua opera riformatrice. Ma il prezzo da pagare per la devozione alla Chiesa è l'infelicità. Matilde mal sopportava il marito e, secondo le cronache dell’epoca, l’unica figlia che ebbero morì poco dopo la nascita. Presto la contessa insofferente fa ritorno da sua madre. E quando il Gobbo verrà ucciso, qualche anno più tardi, le voci di corte la vorranno mandante dell’assassinio.

Nel frattempo Matilde visita vescovi e abbazie e costruisce una rete di sostegno all’azione riformatrice di Roma. È sempre più influente ed è fermamente convinta della necessità di una pace da costruire con il dialogo, la mediazione e le trattative. E così è proprio a Canossa che Enrico IV, scomunicato dal nuovo papa Gregorio VII, al secolo Ildebrando di Soana, va a umiliarsi e a implorare perdono per recuperare l’autorità perduta. Matilde, divisa tra la fedeltà alla Chiesa e quella all’imperatore suo cugino, lavora alacremente per cercare un compromesso e infine riesce a far inginocchiare il monarca al cospetto del Papa e a fargli revocare la scomunica.

Sono i giorni in cui nell’abbazia di Sant’Apollonio il monaco Donizone inizia a scrivere della sua vita. Per lui è già una santa. Altri invece non sopportano che sia una donna a tenere in mano le sorti d’Europa. La chiamano assassina, accusandola per la morte del marito e del figlio dell’imperatore, e insinuano che sia l’amante del Papa e di svariati alti prelati. Quando Gregorio riceve finalmente l’imperatore a Canossa, la grancontessa è seduta alla sua sinistra, vestita di velluto celeste, con il collo adornato di pietre preziose. È soddisfatta e consapevole che il merito di aver evitato la guerra è soprattutto suo.

Ma la concordia durerà solo poche settimane. La disputa sul diritto di nominare i vescovi andrà avanti. Matilde continuerà a evitare lo scontro tra papato e impero domando rivolte, finanziando la Chiesa, schierando le sue truppe in difesa di Roma e sposando, con un nuovo matrimonio politico, Guelfo di Baviera, di 26 anni più giovane di lei. Fu devota al Papa e alla Chiesa fino alla fine, ma non romperà mai la promessa fatta all’imperatore.

Implorerà suo figlio Enrico V, a cui nel frattempo papa Pasquale II aveva concesso ob torto collo il diritto di investire i vescovi per anulum et baculum, di seppellire il padre nella cattedrale di Spira, e gli intesterà tutti i suoi beni. Per oltre trent’anni la contessa di Canossa è il centro della politica europea. Di lei resterà il mito e un'eredità tanto più preziosa oggi che la pace è messa in discussione anche in Europa.

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