Aveva evaso l'Iva: assolto dai giudici «Sentenza storica»

Evasore sì, ma per giusta causa. Quindi innocente. Una storia che, in tempi nei quali chi froda il fisco è visto come un appestato, ha dell'incredibile. Qualche volta però un cammello riesce ad entrare nella cruna di un ago e un imprenditore edile, che non paga 150mila euro di Iva, per salvare la propria azienda edile dalla bancarotta, viene assolto. Una sentenza storica che potrebbe cambiare la giurisprudenza. «Me lo auguro. Comunque è una bella soddisfazione - spiega Vieri Becocci, legale dell'imprenditore - spero sia utile per tutti quegli imprenditori che sono in difficoltà e un monito al governo che certo non li aiuta. Spesso è sull'onda emotiva che arrivano i cambiamenti. Magari è la volta buona».
Anche se lui non si vuol fare riconoscere, quest'uomo - un sessantenne con azienda nel Valdarno Fiorentino fondata nel 1980 che realizza capannoni di pregio - per molti colleghi imprenditori che hanno vissuto le sue stesse pene, è già un eroe. Quando nel 2007 un grosso cliente privato al quale stava costruendo una struttura da un milione e mezzo di euro, commissionata nel 2000, gli pagò solo la metà della somma dovuta, si trovò di fronte ad un bivio: far fallire la propria azienda mandando sul lastrico decine di operai o non pagare l'obolo allo Stato e diventare un evasore. Scelse la seconda strada, e oggi la nobile causa per la quale lo fece è stata riconosciuta dai giudici del tribunale di Firenze, che lo hanno graziato.
A carico dell'imprenditore, infatti, era stato emesso un decreto penale di condanna di 7.500 euro per quell'Iva non versata, quando appunto la sua azienda stava rischiando il crac. «Come può lo Stato permettersi di chiedere qualcosa che io non ho ancora incassato? - si chiede il legale - L'Iva è l'imposta sul valore aggiunto, se io quel valore non ce l'ho ancora che cosa dovrei pagare? Un imprenditore dovrebbe fare l'esattore al posto dello Stato? Ci sono regole sbagliate se ci obbligano a versare qualcosa che non abbiamo ancora incassato».
Poi ci sono le banche. Che non perdonano e, a garanzia dei prestiti, ipotecano tutto. Si usano gli ultimi risparmi per pagare i fornitori e gli operai. Ma i debiti aumentano e anche se il cliente non paga si deve portare a fine quel lavoro sul quale, se non consegnato in tempo, pesa una penale. E l'ansia aumenta. «Poi ci si lamenta se molte persone si tolgono la vita - dice ancora il legale - lui però è stato coraggiosissimo e non l'ha mai neppure pensato, avendo a cuore solamente la sua azienda. Ha passato un periodo di grossa difficoltà e quando ci sono difficoltà sul lavoro, queste si ripercuotono anche dal punto di vista personale. Ma ora ha capito che non ci sono solo nemici dall'altra parte. Ha trovato nel giudice un alleato».
L'uomo, infatti, fece ricorso contro la condanna e, durante il rito abbreviato, al gup Paola Belsito ha spiegato, documenti alla mano, i motivi per i quali non ha pagato l'Iva. Documenti che hanno convinto il giudice. Addirittura è stato lo stesso pubblico ministero, Sandro Curignelli, a chiedere, venerdì scorso, la piena assoluzione per «la mancanza dell'elemento soggettivo del reato: non c'erano la volontà e la coscienza di omettere il versamento dell'Iva».
«Una causa di forza maggiore, che esclude la punibilità - dice Becocci - e i giudici ci hanno dato ragione. Una vittoria di Pirro. Ora ci prepariamo ad un'altra battaglia».
Eh sì, perché questa era solo la parte a lieto fine della storia. Nel frattempo, il lavoro da un milione e mezzo di euro non è stato ancora saldato (dopo 12 anni) ma puntuale è arrivato il lupo cattivo: Equitalia. I 150mila euro di Iva non pagata, fra ritardi, more, penali, sono diventati 300mila euro. Un tasso del 100%. «È allucinante. Non sono passati 20 anni, ma cinque. C'è qualcosa da rivedere nelle nostre norme fiscali - conclude Becocci - il codice penale stabilisce quali sono i vantaggi oltre i quali si configura il reato di usura. Non capisco come mai questo vale per i comuni mortali e non per Equitalia.

Se un debito di 150mila diventa di 300mila c'è qualcosa che non va. Poi ci si lamenta se l'economia va a rilento e se siamo l'ultima ruota del carro. Forse in alcuni casi per un imprenditore, evadere l'Iva, è l'unico modo per vivere. Anzi, per sopravvivere».

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