
"Abbiamo le impronte digitali. E secondo noi sono una prova che basta per la condanna". Parte subito come uno schiacciasassi il pubblico ministero Emilio Gatti davanti ai giudici della Corte di Assise di Alessandria: la prima udienza del processo alle Brigate Rosse per i fatti della Cascina Spiotta è un duello verbale tra accusa e difesa sulle modalità con cui la procura di Torino ha portato avanti le indagini, e i magistrati subalpini non vogliono passare per quelli che hanno lavorato violando regole e procedure. "Se un esposto arriva dopo 50 anni - dice Gatti - apriamo un fascicolo non perché ci piace o perché ne parlano i giornali, ma perché nel nostro ordinamento esiste l'obbligo dell'azione penale. E dobbiamo utilizzare le norme che ci sono adesso, non quelle di mezzo secolo fa". A vincere il round sono i pubblici ministeri: i giudici, infatti, respingono le questioni di nullità sollevate da uno dei legali, l'avvocato Davide Steccanella, e dispongono che il processo vada avanti. Al centro della diatriba fra le toghe c'è la posizione di uno dei tre imputati, l'ex brigatista Lauro Azzolini, 79 anni. Secondo gli inquirenti fu l'uomo che il 5 giugno 1975, in uno scontro a fuoco con i carabinieri davanti alla Cascina Spiotta (Alessandria), uccise un appuntato dell'Arma, Giovanni D'Alfonso, e riuscì a fuggire. Delle altre due persone chiamate in causa, Renato Curcio e Mario Moretti, 84 e 79 anni, capi storici delle Br, quasi non si parla. Ma l'avvocato Vainer Burani fa presente ai giornalisti che alla Spiotta perse la vita anche la moglie di Curcio, Mara Cagol, è che "le modalità di ingresso e di uscita del proiettile dimostrano che fu colpita quando aveva le braccia alzate, in segno di resa. Curcio ha motivo di credere che la sua morte, oltre che tragica, sia stata terribile e inaccettabile, e chiede che finalmente si certifichi la verità".
È il difensore di Azzolini, Davide Steccanella, a partire all'attacco. Dice che contestare l'aggravante del terrorismo (anche se soltanto 'a fini di procedurà) è "un obbrobrio", visto che nel 1975 non era prevista dal codice, e ricorda che il suo assistito fu assolto in istruttoria nel 1987. "La sentenza è andata perduta, eppure hanno riaperto il caso ugualmente: mi chiedo come sia possibile". Gli risponde uno dei due pm, Ciro Santoriello: "Se ha ragione l'avvocato tutti i giudici della Cassazione devono ripetere l'università". L'altro pm, Emilio Gatti, gioca il jolly: contro Azzolini ci sono nuove prove. Si tratta delle impronte digitali (undici) trovate sulla relazione sui fatti della Spiotta che un brigatista anonimo preparò per i compagni. Il documento fu trovato nel 1976 in un covo a Milano. Nei primi processi, in Piemonte, ne circolarono delle copie. Nel 2021 il figlio di D'Alfonso, Bruno, anche lui carabiniere, ebbe un'intuizione: "Ricordando quanto avevo appreso sulle impronte digitali durante un corso - racconta - pensai che fosse opportuno esaminare l'originale".
Bruno consegnò un esposto in procura, gli inquirenti rintracciarono l'incartamento negli archivi dell'Arma a Milano e, nel 2023, lo affidarono agli specialisti del Ris. Il memoriale era battuto a macchina. Ma i disegni furono tracciati a mano. E sui fogli restarono le impronte. (ANSA).- dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
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