Bosnia, la porta aperta della rotta balcanica. I migranti: "Vogliamo venire tutti in Italia"

Sono afghani, pachistani o del Bangladesh. Il viaggio lo chiamano "il gioco". Il flusso è aumentato dopo la quarantena. Le proteste in piazza dei bosniaci

Bosnia, la porta aperta della rotta balcanica. I migranti: "Vogliamo venire tutti in Italia"

Prokop (Bosnia-Erzegovina) "Vogliamo andare tutti in Italia", spiega Abdul Qayum, 25 anni, ex poliziotto afghano, che si sta lavando a torso nudo in un rigagnolo in mezzo ai campi. Una decina di aspiranti profughi accoccolati attorno al binario della ferrovia nel nord ovest della Bosnia annuisce quando sente nominare l’Italia. In realtà assieme a qualche centinaio di migranti che bivacca sulle colline sono intrappolati nella terra di nessuno fra la parte serba del paese e quella musulmana. La Republika Srpska non vuole saperne e carica i migranti che arrivano dalla rotta balcanica sugli autobus trasportandoli verso l’altra fetta della Federazione bosniaca, che a sua volta li sta rimandando indietro. Il risultato è che un centinaio di inferociti afghani, pachistani e migranti del Bangladesh attacca l’esile cordone di polizia bosniaca lungo la ferrovia. E al grido di “Allah o akbar” lo aggira infilandosi nella foresta. Poi un manipolo blocca la strada per protesta e gli agenti caricano disperdendo i migranti nei campi di pannocchie. Qayum sottolinea che “vogliamo solo partecipare al “gioco”” come è stato battezzato il tragitto clandestino fino all’Italia passando prima in Croazia e poi in Slovenia. Al momento la Bosnia è un serbatoio esplosivo di 7mila-8mila migranti. “Ogni anno arrivano dalla rotta balcanica in 10mila-12mila e si stima che passi il 90%. Il lockdown causato dal covid ha creato un “tappo” in primavera. Adesso c’è un’ondata ritardata” spiega, Nicola Minasi, ambasciatore italiano a Sarajevo.

Il “gioco” dura una decina di giorni a piedi, se i poliziotti croati vestiti di nero e mascherati, non beccano i migranti riempiendoli spesso di botte e rimandandoli in Bosnia. O se gli sloveni non li intercettano prima dell’arrivo in Italia. Il capetto afghano, però, rivela “che se hai 4mila euro ti portano in macchina fino a Trieste o Udine”. Il costo dei passeur può anche variare: “Se vai per metà a piedi paghi 2mila euro. E puoi anche spendere 800 euro per il passaggio sicuro di un solo confine”. Una fonte qualificata a Sarajevo rivela che “alcuni migranti si trasformano in trafficanti. I passeur con macchine o furgoni sono locali, ma per valicare a piedi il confine la rete degli afghani è fra le più affidabili”. Talvolta si fanno anche prendere dai croati per venire deportati e guadagnare credibilità con i nuovi arrivati dalla rotta balcanica che parte dalla Turchia. E la rete si estende fino a Milano dove gli afghani attendono i connazionali provenienti dalla Bosnia offrendo pernottamenti e aiuto. “In realtà li 'sequestrano' e chiedono un pizzo ai parenti, che magari li attendono in un altro paese europeo, per lasciarli andare” racconta la fonte del Giornale.

Il trampolino della rotta balcanica verso l’Italia è il cantone nella parte nord occidentale della Bosnia, che confina con la Croazia. A Bihac, il capoluogo, la popolazione è esasperata e si sente abbandonata dal governo centrale. “Migranti 'go home', tornate a casa” è la parola d’ordine, dopo l’aumento dei reati, la paura della pandemia e l’incremento degli arrivi dalla rotta balcanica. Il 29 agosto nella piazza principale ci sono migliaia di persone davanti a un manifesto con un grande “Stop immigrazione” in rosso. Oltre a una foto di migranti con le tende simili a campeggiatori e un titolo provocatorio: “Turisti?”. Sul palco si susseguono oratori dai toni a dir poco leghisti, che cavalcano la protesta anche in vista delle elezioni amministrative di novembre accompagnati da un martellante rock balcanico. Fra il pubblico c’è pure una donna velata che si spella le mani negli applausi. “L’ ipocrita Unione europea deve capire che non esistono solo i diritti dei migranti arrivati illegalmente, ma pure quelli della popolazione locale” attacca in perfetto inglese Aldijana Munjakovic, pasionaria bosniaca, che imputa agli stranieri 4mila reati. “Rubano e occupano le case di chi lavora all’estero. Abbiamo paura per i nostri figli - sostiene la giovane “leghista” locale - Se non rispettano la legge da noi non lo faranno neanche in Italia”. La richiesta principale è la chiusura dei campi di accoglienza prevista nelle ultime ore a Sarajevo. I manifestanti si scagliano anche contro l’Iom, la costola dell’Onu che gestisce i campi e le Ong. Nel centro di accoglienza di Bira proprio a Bihac, che ospita 550 migranti, è attiva Ipsia, l’Ong dell’ Associazione cristiana dei lavoratori. Una delle cooperanti italiane denuncia la caccia ai migranti “con pestaggi e intimidazioni” e sostiene che “l’unica soluzione è aprire i confini senza distinzioni fra chi scappa dalle guerre, dalla povertà o dai cambiamenti climatici”.

Il risultato è che la tensione aumenta, i migranti sono allo sbando, per strada, nelle foreste o in fabbriche dismesse come alla periferia di Velika Kladusa. Un’anticamera dell’inferno dove circa 200 persone arrivate dall’Algeria e dal Bangladesh vivono in condizioni miserabili. Diversi hanno gli occhi a palla e la pronuncia impastata strafatti di droga. Tarek del Bangladesh spiega “che molti hanno il colera, vomito e diarrea”. Fra i calcinacci dell’ex stabilimento circolano i topi e spuntano piccole tende o pagliericci improvvisati. Si cucina in pentoloni neri su fuochi da bivacco e nel tour del girone infernale è palpabile la rabbia contro il mondo intero. Una bomba ad orologeria scandita dai tentativi di raggiungere l’Italia, che per i “veterani” sono anche più di dieci.

L’appuntamento è all’una e mezza di notte, dopo avere fatto rifornimento di pane, scatolette e acqua. L’algerino Idris raduna il suo gruppetto con lo zaino in spalla: “Sette chilometri a piedi e siamo in Croazia. Poi inizia il gioco fino a Trieste”.

Ha collaborato Ademir Veladzic

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