Ora lo dice anche Slow Food: no ai profughi non è razzismo

Petrini critica Alfano: "Le imposizioni dall’alto non vanno". E la sinistra buonista si accorge che l'immigrazione è un problema

Ora lo dice anche Slow Food: no ai profughi non è razzismo

"Non è nella testa della nostra gente respingere qualcuno che chiede aiuto...". Adesso anche il fondatore di Slow Food Carlo Petrini si accorge che non si possono accogliere tutti gli immigrati che sbarcano o arrivano in Italia. E scende in campo per difendere gli abitanti di Ormea, paesino in provincia di Cuneo, che hanno avviato una colletta per rilevare un hotel a rischio chiusura ed evitare vi siano mandati i clandestini.

"Penso semplicemente che abbiano voluto difendere la propria comunità - dice il fondatore di Slow Food Carlo - un albergo in quella zona vuol dire turismo, vuol dire risorse, lavoro". Poi, in fretta, puntualizza: "Non dico mica che Ormea non deve accogliere i profughi. È il luogo scelto per ospitarli che non va bene. Come non va bene il metodo: un’imposizione dall’alto, senza coinvolgere la popolazione, senza fare una riunione, senza ascoltare nessuno". Quindi, fa la predica al ministro dell'Interno Angelino Alfano: "Se si vuole l’integrazione, bisogna coinvolgere la popolazione locale. Mi pare un’ovvietà". Parole di buon senso che non ricordano, tuttavia, le prediche buoniste alla Laura Boldrini o alla Cecile Kyenge. Con la dichiarazioni di Petrini la sinistra progressista e terzomondista si accorge che l'immigrazione è un'emergenza che il governo Renzi e l'Unione europea stanno gestendo molto male facendo ricadere sui cittadini italiani tutti i problemi.

"Si poteva trovare un’altra soluzione di minore impatto sul territorio", continua Petrini sostenendo la proposta dell’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia: cinque persone per ogni parrocchia. "Sarebbe più facile integrarle - continua - diciamo di accoglierli ma di fatto li parcheggiamo in una specie di nuovi campi di concentramento.

Senza insegnare loro l’italiano, senza dare loro la possibilità di lavorare. A Reggio Emilia li avevano fatti lavorare alla festa dell’Unità ed è intervenuto l’ispettorato del lavoro a dire che non si può. Sono fuori dal mondo".

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