Quentin Tarantino. C'era una volta il cinema americano

Il regista due volte premio Oscar racconta gli autori e i film che lo hanno formato

Quentin Tarantino. C'era una volta il cinema americano

C'era una volta un bambino che s'innamorò del cinema. Lunedì quell'ormai ex bimbetto compirà sessant'anni e, guardandosi indietro, quando le gambine arrivavano a fatica alla fine della poltrona di certe sale di Los Angeles, ricorda che, da quei locali appesantiti dal fumo e da due spettacoli per un pugno di dollari, era partita la scalata ai due Oscar ora a bella posta in casa sua. Visto che non ama farlo pubblicamente, ha deciso di raccontarsi a modo suo. Scrivendo. La sua vita come la sceneggiatura di un film. Ma soprattutto come una lunga storia iniziata nei drive in di L.A. per mano alla mamma.

Perché Connie, come la chiama lui, il suo piccolo se lo portava tranquillamente in Sunset Boulevard e al Tiffany gli propinava La guerra del cittadino Joe e Senza un filo di classe. Tra razzismo di due americani medi e spregiudicatezza di due fidanzati che parcheggiano la madre in ospizio per fuggire insieme. Non proprio il massimo per educare un bambino di sette anni. Era il 1970 e quel bambino si chiamava Quentin Tarantino.

Cinema speculation (La nave di Teseo) è il suo racconto di una vita attraverso i titoli e le persone con cui ha condiviso le emozioni di una sala buia. Con il valore aggiunto di una narrazione - tutt'altro che paludata anzi spesso irriverente - infarcita dai ritratti di tanti personaggi tratteggiati da uno che con loro ha stretto contatti diretti. L'appuntamento è un evento speciale nell'ambito della Milanesiana, in cui il 7 aprile il regista di tanti capolavori dialogherà con Antonio Monda alle 18 in Mondadori.

All'Italia Tarantino è legato profondamente, non solo per quelle origini che gli vengono per parte del padre che non ha mai conosciuto, ma anche per ragioni culturali e cinematografiche. Tanti film e personaggi che hanno contribuito alla sua formazione come Sergio Corbucci ed Enzo Castellari, citati anche direttamente in C'era una volta a Hollywood e Bastardi senza gloria.

Le pagine di Cinema speculation sono però molto più americane del loro stesso autore e quello che emerge è un ritratto della Mecca losangelina nel passaggio tra vecchia e nuova Hollywood. Tra la generazione di autori classici e i cosiddetti «movie brats», i ragazzacci rampanti che non ne volevano sapere dell'impolverato manierismo di un cinema da dimenticare. E gli anni Cinquanta sono demonizzati dallo stesso Tarantino che si mostra decisamente più benevolo con i film degli anni Sessanta anche se qualcuno non gli andò giù. Bambi, tanto per buttare un titolo. E non solo.

«Easy rider aveva uno slogan fantastico, peccato che non rispondeva alla verità». Quelle parole - «Un uomo andò alla ricerca dell'America e non la trovò» - erano il quadro di una generazione iconoclasta più che la sintesi di una trama. Il film entrò nella storia del cinema dove è tuttora un simulacro di eccellenza e modernità ma il suo autore, Dennis Hopper, si guadagnò l'odio dei più giovani e il distacco di chi come Peter Bogdanovich fu testimone dello scontro generazionale.

Violenza verbale che oggi farebbe ridere ma allora fu una sassata. E a raccontarlo furono l'allibito regista e gentile consorte che, a cena con George Cukor al ristorante, assistettero al delirio di onnipotenza di Hopper che apostrofò l'anziano collega con un «Vi seppelliremo tutti» in cui si sintetizzava l'acerrimo scontro dei ragazzi antisistema come lui verso i «babbioni» che non si rassegnavano alla pensione.

La schiera dei John Ford, John Wayne, Charlton Heston, Howard Hawks erano finiti nel mirino dei contestatori Robert Altman, Hal Ashby, Sam Peckinpah, Arthur Penn, Paul Mazursky. Ogni epoca insomma vede una sfida tra chi ha fatto la storia e chi invece vuole farla. La differenza è che quei ragazzacci non erano nati nell'industria ma erano cinefili che davano al pubblico quel che il pubblico voleva vedere. I modelli erano Fellini, Truffaut e Renoir o almeno lo spirito dei loro film come Il mondo di Alex che è una parafrasi di Otto e mezzo.

Era nata l'era dei remake ma gli eroi non erano più gli stessi. Billy the kid non era il sorridente cowboy di King Vidor e Custer non era più Errol Flynn. Come Wyatt Earp non era l'integerrimo sceriffo Burt Lancaster. Si cercavano cioè nel passato degli States le origini dei fantasmi di un presente ingombrante. E quando Arthur Penn e Robert Aldrich inquadravano il genocidio dei pellerossa, in realtà guardavano alle vite bruciate in Vietnam. Paralleli fuori dall'America difficilmente percepibili, ma Tarantino li spiega con attenzione e precisione.

La stessa cura meticolosa che mette nel puntare l'indice sui critici cinematografici. Non è tutto oro quel che luccica, insomma, anche se i promossi ci sono e hanno nomi e cognomi. Clint Eastwood, ad esempio, non proprio un ragazzino oggi.

Ma al bambino che si sedeva al Tiffany per mano alla mamma appariva il profilo di un uomo che si stava riscattando dai western all'italiana per uscire dai confini. Ogni confine. Un po' come in fondo ha fatto Tarantino, ex ragazzo di bottega al videonoleggio di Manhattan Beach.

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