Ragion di Stato, Stato senza ragione

Nel corso del dibattito sul rifinanziamento della missione in Afghanistan che si è svolto in Senato, a un certo punto si è aperta una discussione su un ordine del giorno che impegnava il governo a concordare con gli alleati la linea da tenere nel caso di rapimenti di nostri connazionali. È accaduto solo pochi giorni fa, ma allora eravamo ancora distanti dalle minacce di Gino Strada al governo Prodi, dalla tragica uccisione dell'interprete, dalle clamorose smentite da parte del Presidente Karzai del nostro esecutivo. A quel tempo il governo non si oppose. A mostrare contrarietà furono solo Rifondazione Comunista e, in solitaria malinconia, il senatore Polito (Margherita). Quest'ultimo, in particolare, prese la parola per rivendicare uno spazio di sovranità statuale intangibile, nel quale nemmeno le ragioni degli alleati sarebbero dovute essere ammesse. La maggioranza chiarì come Polito fosse intervenuto a titolo personale.
Il problema, però, non era archiviabile come una pratica burocratica. E oggi, infatti, sta riesplodendo come questione nazionale. Nessuno che abbia anche solo un minimo senso dello Stato può dubitare che esista uno spazio legittimo per quelli che un tempo si definivano gli arcani imperii: la zona grigia nella quale erano trattati gli affari riservati dello Stato. La dignità e la credibilità dello Stato, però, necessitano, oggi come allora, che quella zona rimanga grigia, senza che da essa rigurgiti di tutto a distanza di solo qualche giorno. Se è in gioco un bene superiore è persino lecito utilizzare la collaborazione di Gino Strada. A condizione, però, che non si accettino i diktat di quel signore, che gli impegni assunti vengano rispettati, che non ci si metta nella condizione di fare collezione di pubbliche smentite provenienti, insieme, dai profeti disarmati e dai governanti.
Dopo quanto è accaduto è più chiaro che mentre Polito si opponeva a quell'ordine del giorno in nome della ragion di Stato, Rifondazione Comunista lo faceva in nome di una non meglio precisata «diplomazia dei movimenti». Se abbiamo ben capito, essa consiste nell'affidare, anziché ai servizi segreti, a organizzazioni quali Emergency la risoluzione dei guai provocati da quanti si recano in quei luoghi armati d'incoscienza; espongono il proprio Paese a pericolose trattative; mettono dei servitori dello Stato nella condizione di rischiare la pelle.
Prodi, al cospetto di questo dissidio interno alla sinistra, vorrebbe degradare la «ragion di Stato» a «ragion di coalizione». Ed imporre il silenzio. Ma non si può più. Perché, nel frattempo, è la credibilità dell'intero Paese - e non della sola sinistra - a essere stata messa in gioco.

Risposte chiare a questo punto s'impongono. A pretenderlo, ancor prima che l'opposizione, sono i nostri soldati che si trovano ancora lì e quanti tra i nostri connazionali, tra l'Afghanistan e l'Irak, hanno già pagato con la propria vita.

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