Sanità e forniture Covid nel mirino della mafia. E spunta il sexy ricatto

Con le commesse per l'emergenza il gruppo finanziava la 'ndrangheta. Escort come esca

Sanità e forniture Covid nel mirino della mafia. E spunta il sexy ricatto

Sanità lombarda ancora una volta preda delle cosche. Faccendieri e bancarottieri impegnati per ottenere commesse dagli ospedali, alcuni legati a doppio filo con uomini di 'ndrangheta. Ieri la Guardia di finanza di Varese e Milano ha arrestato sei persone, due finite in carcere e quattro ai domiciliari. La Dda, con i pm Alessandra Cerreti e Silvia Bonardi, aveva chiesto 18 misure cautelari, ma il gip Tiziana Gueli ne ha disposte un terzo. Dalle quasi 200 pagine di ordinanza spunta anche un ricatto sessuale ai danni di un dirigente della sanità, non indagato, per convincerlo ad assegnare una fornitura ai promotori dell'affare sporco.

Sullo sfondo dell'indagine, che riguarda un periodo che comprende anche l'emergenza Covid, una serie di reati societari. A dimostrazione che le bancarotte sono tra i nuovi reati spia delle infiltrazioni mafiose. L'accusa principale è quella di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati economici. I soldi ricavati dall'organizzazione sarebbero finiti tra l'altro a foraggiare le locali di 'ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo, in provincia di Varese, e Vibo Valentia. La struttura sarebbe stata «diretta» dalle uniche due persone finite in carcere: Enrico Barone e Maurizio Ponzoni. Il gruppo, spiega il gip, aveva «interessi ramificati nel settore della sanità lombarda, in relazione alle attività connesse all'emergenza sanitaria da Covid 19, con particolare riferimento a forniture di materiale sanitario ed esecuzione di tamponi da parte di soggetti a ciò non professionalmente autorizzati». Gli arrestati acquisivano società in crisi, le svuotavano di tutto, evadevano le imposte e infine le portavano al fallimento. Nell'indagine, cui hanno partecipato i Nas dei carabinieri, sono state ricostruite operazioni illecite per oltre 4 milioni di euro. Le somme uscivano dalle aziende destinate alla bancarotta ed entravano nelle casse di altre, anche all'estero, attraverso fatture per operazioni false.

Uno dei capi di imputazione riguarda un presunto reato di sfruttamento della prostituzione. Secondo l'accusa, i promotori sono gli indagati Gianluca Borelli, uomo di collegamento con i clan, e Cristiano Fusi, medico all'epoca dei fatti primario di Riabilitazione specialistica degli Istituti clinici Zucchi di Monza (gruppo San Donato), con studio da fisiatra anche alla Madonnina. I due avrebbero organizzato «un incontro» in un hotel di lusso milanese tra una giovanissima prostituta, pagata 500 euro, e un manager sempre del gruppo San Donato. Lo scopo: ottenere «l'avvio di trattative» con l'ospedale «finalizzate alla stipulazione di contratti aventi a oggetto la fornitura di materiale per Covid 19», come mascherine e camici. Nel settembre 2020 Fusi e Borelli parlano, intercettati, anche di «documentazione fotografica dell'incontro» utile a ricattare il dirigente sanitario che ne sarebbe uscito «con le ossa rotte».

L'inchiesta è nata dalla vicenda della gestione ritenuta «opaca» dei tamponi ai giocatori del Monza calcio. Erano coinvolti appunto Borelli, pregiudicato per bancarotta, e Fusi, che è stato medico delle giovanili del Milan e del Monza. Borelli, che non è dottore né ha altri titoli, avrebbe eseguito tamponi grazie all'aiuto di Fusi sia per il Monza sia all'interno della Madonnina. «Alfonso ti dà lo studio (...), falli entrare uno alla volta (...), dai meno nell'occhio ti prego», diceva preoccupato Fusi all'amico.

Rispetto alle richieste della Dda il gip ha disposto le misure cautelari solo per i fatti «di maggiore gravità», escludendo dall'ordinanza anche i capitoli che riguardano Borelli e Fusi (per i quali la richiesta di custodia in carcere è stata respinta).

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