Gangemi e i fratelli d'Italia clandestini nell'altro mondo

La triste epopea degli emigranti negli Stati Uniti raccontata attraverso due scelte di vita agli antipodi

Gangemi e i fratelli d'Italia clandestini nell'altro mondo

Non sai quanto conta il sangue. Non vale più della terra, del suolo, del porto da cui parti, di quello dove arrivi, del fango, della miseria, delle illusioni, degli sputi, della rabbia o della vendetta. Non è più pesante neppure del sudore e della fatica. Solo che quando ti lasci alle spalle quella che chiamavi la tua vita sembra che il sangue sia tutto. È quello che hai da perdere, mentre il domani è un tiro di dadi.

Se ti devi inventare un futuro, partendo da poco più di nulla, non è che le strade siano poi così tante: o suoni o spari. È lì che i destini si dividono, uno muove le dita e l'altro stringe i pugni, uno improvvisa, cercando l'assoluto in un assolo di jazz, l'altro mette per terra ogni mossa, dove qualsiasi offesa ha una risposta e la realtà è prima di tutto apparenza.

Mimmo Gangemi ti porta all'origine di una terra senza terra, di una schiatta senza più santi, di gente che ha lasciato il sale della propria identità da qualche parte nell'Atlantico e continua a domandarsi se ci sia un posto che può chiamare casa. Sono gli italoamericani. L'America è la promessa di un'altra vita, ma te la devi guadagnare, controvento, schivando o sopportando gli sputi e scorticando il marchio sulla pelle che ti hanno messo addosso. È Il popolo di mezzo (Piemme, pagg. 425, euro 18,90), non abbastanza bianco e troppo vicino al nero. «Era a conoscenza che gli italiani, di più quelli del Sud, sporchi, cenciosi, violenti, erano considerati negri camuffati da bianchi. Lo aveva già sperimentato nei campi di cotone. E non lo mandava giù né vi vedeva un senso. Bianco si scorgeva allo specchio, non bianco bianco quanto i tedeschi, i polacchi, gli ungheresi, - un po' di colorito olivastro lo aveva, inutile negare l'evidenza - tuttavia bianco».

Mimmo Gangemi torna a narrare l'epopea degli italoamericani. Lo sguardo è leggermente diverso rispetto al realismo magico di quel monumento letterario che è La signora di Ellis Island. Questa volta la redazione non arriva dall'alto. Non ci sono miracoli. Non c'è all'orizzonte un posto dove «buongiorno vuol dire veramente buongiorno». La speranza te la devi conquistare giorno per giorno mettendo in gioco le viscere. Non ci sono santi, ma solo sopravvissuti. La scrittura è dura, netta, spietata e precisa come chi fa esplodere la dinamite dentro la galleria. Ci vuole coraggio, perizia e anni di mestiere. Lo stile di Gangemi lo riconosci, perché è suo, perché lo ha trovato senza mischiarsi con capicordata e consorterie. Lo ha trovato scrivendo e merita come pochi la candidatura allo Strega. Non solo per la forza delle sue storie, ma per come le sa raccontare.

«Quanto lontano si deve spingere un padre per regalare un futuro ai propri figli». È quello che si chiede il capostipite Masi, uomo verticale, lavoratore dalle braccia forti, pratico e arguto e con un cuore troppo grande per un tempo senza giustizia. È un cuore non avvelenato dai pregiudizi e che sa battezzare l'amicizia. È per quel cuore che finisce con le gambe appese, linciato da gente senza pietà insieme alla moglie, per aver difeso un amico dalla pelle sbagliata. Sbagliata per gli altri, non per lui, che al colore della pelle non ha mai fatto caso. Masi lascia due figli che avranno destini diversi.

È un viaggio, un'epopea, che ti sposta dall'Italia ai campi di cotone e ai cantieri delle ferrovie, dove si fatica solo per sfamarsi, dove il futuro è troppo lontano, da New Orleans a Little Italy, dai bordelli di Storyville ai grandi ritrovi del jazz, fino ai campi d'internamento per italiani cresciuti con il cognome storpiato.

È la storia di due fratelli che cercano un posto in un'America che non ti regala nulla. Tony sceglie la strada della Mano Nera, la compagnia degli anarchici, per incrociare dall'altra parte del marciapiede i malacarne, lì dove ci sono le origini di Cosa Nostra. È come ritrovarsi al principio delle vicende familiari raccontate da Gay Talese in Onora il padre. È rabbia, vendetta e malaffare.

Luigi è tromba, note e improvvisazione. È serate e quintetti. È affidare agli squilli l'anima ferita. È la musica come urlo di dolore dei sofferenti.

Era «il vissuto, le cicatrici che non s'erano rimarginate, gli umori, le sensazioni di una sera e quelle incrostate dal tempo, da doverci convivere per sempre. Era voglia di libertà dalle gabbie dell'esistenza. Era anima in cerca di sfogo, d'appagamento. Era anima che liberava il tormento, l'irrazionalità inconfessabile, i pensieri più nascosti». È vite in bilico.

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