A Napoli Adorno scalò per la prima volta le scivolose pendici vulcaniche del pensiero

Un saggio racconta la permanenza partenopea del grande intellettuale

A Napoli Adorno scalò per la prima volta le scivolose pendici vulcaniche del pensiero

L'ultimo filosofo a fare i conti con un vulcano era stato Empedocle, un presocratico, che si uccise gettandosi nell'Etna. Volendo lasciare un posticino agli scienziati, ci sarebbe anche il caso di Plinio, che per osservare da vicino l'eruzione del Vesuvio finì per rimetterci le penne. Ma mentre Empedocle e Plinio, su un vulcano, terminano la loro carriera, il tedesco Theodor W. Adorno (1903-1969), uno dei massimi pensatori del '900, ve la inizia. È la tesi avanzata dallo studioso Martin Mittelmeier in Adorno a Napoli (Feltrinelli, 173 pagg., 19 euro). Partito per l'Italia fascista nel settembre del 1925, Adorno ha 22 anni e studia composizione a Vienna. A convincerlo a preparare le valigie è stato Siegfried Kracauer, redattore della Frankfurter Allgemeine Zeitung; più vecchio di 15 anni, lo lega ad Adorno una relazione, ma sempre meno pigmalionica, visto che la mente dell'amico è ormai avviata alla completa indipendenza. Marasma sentimentale a parte, il viaggio filerebbe liscio se in quei giorni a scrutare la realtà all'ombra del Vesuvio non vi fosse un altro tedesco, Walter Benjamin.

Lo scontro capitale, la battaglia filosofica avvenne a Napoli, forse al caffè Gambrinus, presenti anche Sohn-Rethel, rampollo di una dinastia di finanzieri impegnato a decifrare il Capitale di Marx, e Asja Lacis, l'intellettuale lettone di cui Benjamin era innamorato. Di cosa si discusse? Probabilmente dei temi che danno il titolo ai capitoli del saggio di Mittelmeier. Dell'acquario di Napoli, dove il tassidermista Salvatore Lo Bianco sottoponeva i pesci a un trattamento simile a quello che il critico letterario applica ai testi: li uccideva bene e li mummificava meglio. Degli spettri di Positano, dove Benjamin una notte aveva provato a inoltrarsi ai margini del paese. Dell'«ideale del Kaputt», del «rotto», formula con la quale Sohn-Rethel rimarcava che per i napoletani le cose cominciano a funzionare solo quando sono rotte. E della «porosità», l'immagine di cui si serviva Benjamin per illustrare la vita mediterranea. Il friabile, bucherellato tufo che domina il paesaggio campano diventa il modello di uno stile di vita, parente della società liquida e della condizione postmoderna: il nostro. Come prevedibile, il concetto di porosità fu presto saccheggiato. Solo Adorno non se ne servì mai, ma quando anche per lui giunse il momento di salire sul Vesuvio si accorse che il fumigante cratere, immenso buco nero terrestre, era il grado zero della porosità. Altro che società liquida: quei vapori letali alludevano a una vaporizzazione.

Il ritorno a casa preannuncia alcune tragedie. Se Kracauer scriverà libri bellissimi (uno per tutti: Jaques Offenbach e la Parigi del suo tempo), Sohn-Rethel non vedrà mai riconosciuto il valore dei suoi studi su Marx. Asja Lacis tornerà dal marito lasciando Benjamin alle prese con Il dramma barocco tedesco, la monografia con la quale sperava di conseguire l'abilitazione alla libera docenza. Come noto, quello che oggi è considerato uno dei più geniali filosofi del Novecento sarà bocciato. Morirà suicida nel 1940, tentando di scampare alla persecuzione nazista. Adorno, fuggito negli Stati Uniti, tornerà in patria quando le ceneri della Seconda guerra mondiale si saranno raffreddate per rifondare la Scuola di Francoforte.

Roberto Calasso ha raccontato che una volta sorprese Adorno al pianoforte con in testa un berretto da notte, mentre cantava a squarciagola una canzone napoletana. Forse, più che la studiata clownerie di un filosofo, si trattava di un rispettoso tributo alla città nella quale era sbocciata la sua visione del mondo.

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