I figli di Schumacher: "Così siamo stati colpiti nei giorni più felici"

Il documentario atteso su Netflix svela ulteriori ricordi della famiglia del pilota tedesco

I figli di Schumacher: "Così siamo stati colpiti nei giorni più felici"

"Se penso al passato vedo noi quattro che ci divertiamo da qualche parte, a fare karting, sulle carrozze trainate dai pony. È ingiusto che quei momenti non ci siano più. Io e papà abbiamo in comune una grande passione, mi piacerebbe parlare con lui di automobilismo, è un pensiero che non mi abbandona mai... lui era il mio eroe, il mio idolo, pensavo che un giorno avrei voluto essere come lui" confessa Mick Schumacher. Per la figlia Gina Maria invece "il ricordo più bello è quando tornava a casa dopo il lavoro, ci chiedeva di raccontargli cosa avevamo fatto e ci ascoltava, trovava sempre tempo per stare con noi".

Le parole dei figli di Michael Schumacher sono probabilmente il momento più toccante del documentario sulla vita del sette volte campione del mondo, disponibile dal 15 settembre su Netflix. In quasi due ore di immagini, racconti e aneddotti emergono a pieno carattere e dna del campione tedesco. "Lui ci ha sempre protetti, ora siamo noi a proteggere lui — racconta la moglie Corinna Betsch —.Non amava i giornalisti, non gli piaceva essere preso d’assalto dalla folla che chiedeva autografi. Era piuttosto diffidente; finché non era sicuro di potersi fidare era molto cauto nei rapporti con gli altri, ma quando arrivava a lasciarsi andare dava tutto se stesso. Fu così anche con me: è la persona più amorevole che abbia mai incontrato".

Amorevole ma anche indisponente come racconta Jean Todt:"Era riservato e timido, la sua scortesia era il modo per gestire la sua insicurezza". Scortese fuori, irruento e impavido in pista. Subito ripreso da Senna quando venne buttato fuori pista in un duello in gara. Stessa sorte anni dopo per Hakkinen:"Non si preoccupava della sua incolumità e nemmeno di quella degli avversari. Gli parlai ma mi rispose: questo è l’automobilismo". Sintetizza il padre Rolf: "Sapeva quello che voleva e come ottenerlo". Un'ascesa rapidissima e trionfale. I primi passi nei kart, quando recuperava le gomme degli altri dalla spazzatura ("ero sempre felice di vincere con le attrezzature peggiori di tutti").

Il debutto in F1, nel 1991 a Spa, in mezzo a mostri sacri come Senna, Mansell e Prost. Il 1994, campione del mondo dopo lo scontro e le reciproche accuse con il rivale Damon Hill. Un altro titolo piloti, sempre con la Benetton. Poi la decisione coraggiosa di andare in Ferrari. "Se vincerai entrerai nella storia" gli ripeteva l'ex manager Willi Weber. Con la Rossa Michael scriverà davvero la storia. Nonostante "la macchina fosse un disastro" ricorda il compagno di squadra Eddie Irvine.

Un idillio cominciato con la prima vittoria a Barcellona, nel 1996, sotto il diluvio: "Non ho la più pallida idea di come ci sia riuscito", racconta il pilota irlandese. Poi i Mondiali, cinque di fila. Il ritiro e il ritorno, con la Mercedes. Tutto così veloce e inesorabile come il destino in quella maledetta giornata nel dicembre di otto anni fa.

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