Antichi vizi e nuove virtù (di coppia)

Claudio Fontanini

Uno è stato appena piantato dalla moglie dopo 19 anni di matrimonio, l’altro ha alle spalle tre divorzi e di donne non ne vuol proprio più sapere.
Billy (Nicola Pistoia), professore di Storia americana, e Sam (Paolo Triestino), scrittore di successo, sono vecchi amici d’infanzia sull’orlo di una crisi di nervi e prima di arrendersi ai colpi della vita decidono di tentare l’ultima carta: una convivenza «al maschile» nella quale, al grido di «l’androginia è il futuro» e «liberiamo la donna che è in noi» si potrà finalmente fare a meno anche dell’altro sesso.
Calendari erotici e bottigliette d’inchiostro rosso, carote e donne chiuse nei tombini, prove di seduzione (irresistibili Pistoia e Triestino che ballano un lento e si baciano sulla bocca nella prova di primo approccio fisico) e fantasie transessuali, spicchi d’aglio e vilipendi alla vagina, parrucche e diete del mirtillo, vestiti abbinati e Volvo verdi pisello.
E se qualcuno si dimostra pronto al radicale cambiamento («Da oggi chiamami Shirley» dice Pistoia all’amico esterrefatto) a qualcun altro, complice l’improvviso arrivo dell’affascinante ex moglie del professore (Carola Silvestrelli), basterà pochissimo per ritornare sulla strada maestra.
Scritta da Murray Schisgal (l’autore di Tootsie), ambientata a Boston e in scena fino al 4 dicembre al Teatro della Cometa, Tutto in famiglia, grande successo negli Stati Uniti e in Germania, è una divertente commedia sulla rivoluzione sessuale e sul bisogno-dovere di essere se stessi. Intelligente, spigliato e ricco di premesse, il testo diverte e fa riflettere per tutta la prima parte nella quale gli affiatatissimi Pistoia e Triestino - sulle orme di Jack Lemmon e Walter Matthau di una rivisitata Strana coppia - litigano, si confessano, si attraggano e si respingono in un vorticoso gioco di nuove identità che non scade mai nel cliché.


Peccato che le attese vengano in parte tradite da un secondo atto prevedibile e farsesco nel quale irrompe la comicità fisica e un po’ ingombrante di Roberto D’Alessandro nel ruolo di Mario, gay in fuga dalla moglie generalessa.
Dedica finale alla regia del recentemente scomparso Gianpiero Bianchi, «il più inglese degli attori italiani» si legge nel commosso scritto della compagnia che campeggia all’ingresso del teatro.

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