Ultima trovata politically correct: il "diversity editor" in redazione

La Stampa di Giannini annuncia una nuova figura professionale per "informare in modo sempre più inclusivo". Il direttore: "In Italia diritti sotto attacco". Ecco i rischi dell'operazione progressista

Ultima trovata politically correct: il "diversity editor" in redazione
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In nome del politicamente corretto si aprono nuove e curiose frontiere professionali. Al quotidiano La Stampa, ad esempio, arriva il "diversity editor". Già di per sé, l'inglesismo non promette nulla di buono e anzi desta qualche perplessità sul ruolo in questione. Domanda legittima: di che si tratta? A spiegarlo con orgoglio è stata la stessa testata diretta da Massimo Giannini. "È una figura nuova nel panorama giornalistico italiano, con l'obiettivo di informare in modo sempre più inclusivo". Il che, significa tutto e niente. Nello specifico - si legge sul sito del quotidiano - il nuovo addetto avrà il compito di "sensibilizzare la redazione e il pubblico creando contenuti inclusivi e rappresentativi che riflettano l’ampia gamma di punti di vista ed esperienze in modo accurato e rispettoso". Chi ci ha capito qualcosa, alzi la mano.

Per carità, non intendiamo mettere il becco nelle scelte editoriali altrui: ognuno, nel proprio giornale, ha il sacrosanto diritto di fare ciò che vuole. Ci permettiamo però di sollevare dubbi sulla reale utilità della figura in questione, presentata ai lettori con argomentazioni che sembrano nascondere una connotazione politica. "Nel nostro Paese i diritti della comunità Lgbtqia+ sono sotto attacco, ma i diritti vanno ampliati perché contribuiscono a rendere più equa la nostra democrazia", ha affermato Massimo Giannini in un video. Vorremmo capire, di grazia, dove sarebbe il presunto pericolo denunciato dal giornalista, visto che il nuovo governo non ha adottato alcun provvedimento restrittivo in materia. E considerando che, fino a otto mesi fa, alla guida del Paese c'era pure la sinistra arcobaleno.

Non vorremmo che il "diversity editor" fosse piuttosto l'ennesima trovata progressista destinata a produrre un'informazione omologata, monocorde nella narrazione e assoggettata agli assurdi diktat della cossidetta cultura woke. Il rischio, a nostro avviso, è infatti che simili figure finiscano con l'impoverire la capacità di racconto di una testata, imponendo ai giornalisti un nuovo linguaggio ritenuto più inclusivo e rispettoso di tutti. Anzi, di tutt*. Tale eventualità - che speriamo non si verifichi - sarebbe persino irrispettosa nei confronti di una professione che, tra le proprie prerogative di libertà, ha proprio quella di utilizzare le parole e le loro sfumature per offrire punti di vista alternativi e polifonici. L'operazione non è esente da criticità e quindi ci auguriamo non ottenga l'effetto opposto a quello desiderato.

"Ci concentreremo su quelle differenze tra le persone – come il genere, l'identità di genere, l’orientamento sessuale, la disabilità, l'etnia, l'età, solo per citarne alcune – che sono ancora oggi oggetto di pregiudizi e discriminazioni", hanno fatto sapere dal quotidiano torinese. E ancora: "Ci occuperemo di persone Lgbtqia+ (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali, asessuali) e di corpi non conformi, di persone con disabilità, di migranti, di terza età e nuove generazioni, di intersezionalità e della rappresentazione di queste realtà nei media". Concordiamo sul fatto che la realtà vada raccontata nel suo insieme e nelle sue sfaccettature anche sottorappresentate, ma c'è davvero bisogno di una figura che spieghi e suggerisca come farlo?

"Diteci quali termini secondo voi sono scorretti, inappropriati o, peggio ancora, offensivi", hanno chiesto dalla Stampa, invitando i lettori a inviare le loro segnalazioni.

Peggio ci sentiamo: sembrano così lontani i tempi in cui le principali testate (tra le quali rientra il prestigioso quotidiano torinese) avevano il compito di offrire una chiave di lettura al pubblico. Ora, per qualcuno, dovrebbe avvenire il contrario. Cultura e informazione devono passare per le forche caudine del politicamente corretto.

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