Bettiza, il canto dell’Illiria eroica e violenta

Narratore selvoso, come la sua terra d’origine nella Illiria dalmatica, Enzo Bettiza, giornalista e saggista politico, torna al romanzo con Il libro perduto (Mondadori) che si svolge negli anni tra il 1941 e ’43 avendo sullo sfondo la guerra e i drammi sanguinanti del nazismo e del comunismo. I personaggi sono quattro: l’adolescente Marco Razmilo, erede d’un antico casato di proprietari di fabbriche; il coetaneo, perciò allora sedicenne, Matej Rendic, che porta due favoriti da intellettuale byroniano o puskiniano; un pittore francese geniale e misterioso, maître Perty e, soprattutto, l’avvenente e fisicissima Tasja Nachtigal, volta a volta frigida ed efebica o lussuriosa come Salomè, soldatesca e partigiana sulle montagne dell’Erzegovina, comunista infiltrata nella Kommandantur tedesca, ballerina dopo la Liberazione, e sposa di un ufficiale gallese dei servizi di spionaggio militare inglese e, finalmente, impiegata della sicurezza dei magazzini Harrods di Londra: testimone di efferatezze politiche e umane, esempio di tortuosità e di ambigui comportamenti anche amorosi. Bettiza qui gioca le sue carte di romanziere di fascino, legato al vero e alla Storia e loro interprete come nel precedente Fantasmi di Mosca, dove sono ritratti molti capi dei comunisti moscoviti compreso Togliatti che risultano di perentoria verità e quindi disumanità. In questo romanzo multiforme le realistiche vicende delle truppe germaniche della divisione Prinz Eugen e delle SS, specialiste in cattura ed esecuzione di partigiani sloveni e italiani, si intrecciano con quelle degli ustascia del Ploglavnik, Ante Pavelic, duce della Croazia, dell’Erzegovina cattolica, dei musulmani della Bosnia, degli albanesi del Kosovo, dei montenegrini con lo zuccotto bianco sul cranio rasato, e hanno sullo sfondo la più autentica delle torture di massa perpetrate dopo il 1945 nell’Isola Calva, Goli Otok, il gulag a cielo aperto nel quale venivano torturati e uccisi gli oppositori di Tito. In questo quadro di orrore e di morte si snoda la vicenda de Il libro perduto, attorno al fascino perverso della Circe Tasja, amata-odiata persona simbolo di quella cultura e quei luoghi prossimi al Danubio e ai Balcani, in una Mitteleuropa di violenza e intrigo. Assieme si snoda la storia di Marco Razmilo e della sua «diseducazione sentimentale», che ritroviamo nel 1973 quando, ormai pittore famoso, dopo trent’anni dai suoi deboli inizi, torna nella sua città (Zara o Fiume?) divenutagli estranea, occupata dall’esercito jugoslavo che ha cambiato la vecchia piazza de’ Signori in «Narodni Trg», «piazza del Popolo». Egli viene invitato da un alto dirigente comunista, carico d’onori statali in quanto compagno d’armi del maresciallo Tito, che, ricordando la comune parentela, ripercorre la vicenda fiabesca della famiglia e la stessa vita tormentata di Marco. Poco dopo, lo stesso funzionario comunista che è nientemento il capo dell’UDBA, la potentissima polizia jugoslava, cadrà vittima dell’autodistruttiva «antropofagia stalinista» che i comunisti si portano nel sangue come un destino irreparabile e una vocazione fatale.

A questo punto approda e si chiude la storia di Marco Razmilo che, prima di morire, acquistò una rustica villa senza pretese nei pressi di Aix-en-Provence e vi si seppellì vinto dalla sua vita stessa e da quella sua Illiria indomita. Si tramanda che per essa gli «uscocchi», i guerriglieri serbocroati, dopo la sottomissione imposta dalla Turchia, non smisero mai di combattere eroicamente.

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