La cabina di regia? Attenti, di solito diventa una tomba

Ci risiamo. Come accade con preoccupante frequenza ormai da qualche anno, il mondo politico si è fatto di nuovo prendere dall’entusiasmo per la mitologica «cabina di regia». Stavolta il morbo ha colpito il centrodestra. Ne parla Verdini, la rilancia La Russa, la rivendica (per Bossi) Maroni, ne vogliono aprire persino una a Milano per affiancare il sindaco Moratti. E i cittadini-elettori tornano a fare gli scongiuri. Già, perché la cabina di regia non gode di buona reputazione presso nessun italiano che viva fuori dai Palazzi. Anzi, per parlare fuori dai denti, i concittadini pensano che porti una iella paurosa. E con qualche ragione. Hanno udito di una cabina di regia per la riforma del catasto senza che tale riforma vedesse la luce. Hanno contemplato la cabina di regia per l’utilizzo dei fondi dell’Unione europea, constatando poi che quei fondi restavano regolarmente inutilizzati. Hanno assistito allibiti alla battaglia epocale condotta nel 2003 da Fini, spalleggiato da Casini, per erigere la cabina di regia economica che provocò l’implosione del governo Berlusconi - impantanato in dimissioni, rimpasti e mediazioni da Prima Repubblica - ed ebbe una parte non secondaria nella successiva sconfitta del 2006. Hanno sorriso di fronte alla cabina di regia sul programma dell’Unione, dalla quale uscì quello spropositato libro dei sogni che i ministri prodiani usarono per darselo reciprocamente in testa. Hanno sghignazzato quando lo stesso Prodi allestì una cabina di regia nientemeno che nella reggia di Caserta.

Scopo: rilanciare il governo. Che difatti tirò le cuoia di lì a pochi mesi. Ecco, dopo tutti questi luminosi successi, abbiamo l’impressione che quella cabina assomigli un po’ troppo a una tomba. Vogliamo parlar d’altro, per favore?

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