Una campagna in retromarcia

Diceva Confucio (o forse era Mastella?) che solo i più saggi e i più stupidi non cambiano mai idea

Una campagna in retromarcia

Diceva Confucio (o forse era Mastella?) che solo i più saggi e i più stupidi non cambiano mai idea. Enrico Letta - di cui abbiamo sempre riconosciuto misura e realismo a prescindere dalla diversità di idee - sicuramente uno stupido non è. Ma dopo questo avvio di campagna elettorale è certo che non sia nemmeno fra i più saggi. E nemmeno fra i più carismatici.

Non si commenta la partita prima del fischio finale, però a fine primo tempo si può cominciare ad analizzare la prestazione dei giocatori, e quella di Letta finora è nervosa e tremebonda, costellata di incertezze. Piccolo riassunto: le convincenti vittorie alle amministrative avevano portato il Pd a crescere nei sondaggi. La prospettiva di un nuovo Ulivo dai centristi ai grillini, fino alla sinistra radicale, aveva reso più concreto il progetto di un ritorno di Letta - agrimensore del «campo largo» - a Palazzo Chigi, da dove Renzi lo aveva sfrattato. Poi, la crisi di governo innescata da Conte e il precipitare del Paese verso elezioni hanno rovinato tutto. E Letta da lì in poi ci ha capito poco.

In un mese esatto, il segretario dem ha cambiato idea su qualsiasi cosa tranne che sul tifo per il Milan. Ha rotto, ricucito e ri-rotto, in attesa di ri-ricucire dopo il voto, con i grillini draghicidi; ha flirtato con Calenda, lo ha sposato (il ddl Zan non c'entra) e poi hanno divorziato; ha difeso pubblicamente il candidato La Regina, accusato di tweet anti-Israele, salvo poi chiedergli di rinunciare al posto; ha fortemente voluto un ricambio generazionale in lista, blindando i suoi giovani pretoriani alle spese degli storici dem, e ora li sta pian piano ripiazzando tutti, da Amendola alla Morani a Ceccanti. Neppure sulla sua migliore nemica, Giorgia Meloni, Letta ha tenuto il punto: ieri avversaria rispettabile, oggi pericolo fascista. Si dirà che la politica è duttilità, sapersi fare concavi e convessi a seconda delle situazioni. Vero. Ma sarebbe anche e soprattutto evitare di fare errori di manovra così marchiani da obbligarti a una retromarcia a settimana, perché i curricula dei candidati andrebbero letti e l'inaffidabilità di certi alleati andrebbe prevista.

Personaggio in cerca di rigore, Enrico Letta oggi si cimenta per la prima volta in quello sport sporco e senza regole che è la campagna elettorale. Lui, cattolico di estrazione, europeista di formazione e centrista per indole, da una parte è obbligato dallo slittamento a sinistra del Pd a mettere su una faccia feroce che non gli dona, per organizzare una campagna basata sulla demonizzazione della destra: dall'altra si mostra roso dai dubbi, scisso fra ideologia e buonsenso, che dei ripensamenti è padre nobile. Il problema è che ogni ripensamento è una munizione in più gentilmente fornita agli avversari. E un giro sulle montagne russe senza cinture per gli elettori, che iniziano ad accusare le vertigini e a chiedersi se il giostraio sa quel che fa.

Affari loro, certo, è il loro luna park.

Ma se una leadership è così tentennante e suscettibile ad ogni pressione già nella rincorsa al potere, viene da chiedersi quanto potrebbe esserlo nella sua gestione in caso di vittoria alle urne: più il campo è largo, più le retromarce sono agevoli, no?

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