Terremoto, "Ero schiacciato dai detriti"

Il sopravvissuto Mattia Rendina racconta la tragica notte del sisma quando è stato risucchiato dai detriti nella casa di famiglia a Pescara del Tronto

Terremoto, "Ero schiacciato dai detriti"

“Quando il letto mi ha inghiottito, ho pensato, tac, ecco il solito incubo! Invece, guardi qui, tutto vero...”. Mattia Rendina, 19 anni, diplomato perito tecnico che sognava di diventare coach di basket, uscendo dal pronto soccorso dell’ospedale Mazzoni di Ascoli sulla sedia a rotelle, racconta al Corriere della Sera, la drammatica notte del sisma quando una trave gli ha massacrato una vertebra cervicale.

La notte del sisma di Mattia, risucchiato detriti

È rimasto cinque ore sepolto nel terremoto.“Le confesso che devo fare un po’ di chiarezza nella testa, devo ammetterlo, non lo so più: è successo qualcosa in quelle ore”, dice al giornalista del Corriere anticipandogli che oggi sarebbe stato presente al funerale di sua madre Wilma. I Rendina vivono a Pomezia ma il paese della famiglia è Pescara del Tronto, il borgo raso al suolo, vicino ad Ascoli Piceno. Mattia racconta di essere rientrato a mezzanotte e mezza, dopo un’uscita con gli amici e di non essere riuscito a dormire prima dell’una e mezza. “Poi, di colpo, - racconta Mattia - apro gli occhi e mi sento risucchiare, mi vedo cadere giù in un rombo di calcinacci. Dal terzo piano mi sono ritrovato in cantina! Ero cosciente. Ed ero stato fortunato, il tetto spiovente mi aveva fatto da capanna: una parte si era incastrata nell’altra e mi aveva protetto, se no adesso non starei qui”. “Ho pensato, vabbè, ora mi sveglio. Poi, - continua il giovane - quando ho visto che ero bloccato dalla testa ai piedi e riuscivo a muovere solo i polpastrelli, mi sono detto, no, questa è la realtà. Vuole sapere se ho avuto paura? La paura sale in certi frangenti, è normale. Però ho cercato di usare la testa. Mi sono detto: Mattia, non sprecare energie inutili”.

Ecco come si è salvato Mattia

Massimo Loria, primario del Pronto soccorso del Mazzoni, spiega che Mattia“è riuscito a mantenere la calma: ha cominciato a urlare soltanto quando ha sentito le voci dei soccorritori: quando serviva sul serio”. Eppure il ragazzo avrebbe avuto più di un motivo per urlare che era impossibilitato a muoversi, a sollevarsi perché aveva una corazza di cemento che gli premeva sul corpo. "Davanti alla faccia avevo lo spazio di una pallina da ping-pong, potevo respirare... ma poco”, dice Mattia che aggiunge: “Dopo un’ora o due ho sentito dei movimenti sopra di me. Era mio zio Sergio, che mi cercava. E poi anche gli altri miei zii, Alfio e Roberto, mi cercavano, mi chiamavano. Sa, - continua - quando stai là sotto, ti passa in testa tutto. Io mi sarò progettato settemila vite, là sotto, e insieme non riuscivo a immaginare cosa avrei fatto domani perché pensavo di morire. Ma il pensiero fisso era mia madre” che era intrappolata come lui ma a tre stanze di distanza. Quelle tre stanze hanno fatto la differenza tra la vita e la morte, grazie soprattutto all’opera di salvataggio compiuta dallo zio e non solo. “Ci hanno messo del tempo, - racconta - poi hanno spostato un masso, ho visto un po’ di luce. Allora ho gridato ancora: ‘Zio, eccomi, sono qui!’. Mi hanno trovato con addosso una trave che mi aveva piegato la testa quasi completamente sul petto, perciò porto il collare che vede. Mi hanno scoperto fino al bacino. Poi le gambe. Ma è stata un’odissea”. Verso le 7,30/8 il ragazzo ha chiesto ai suoi soccorritori di sollevarlo con un’imbracatura. “Tiratemi su, quello che viene viene, se le gambe si spezzano non me ne importa! Io non ci voglio più stare qua sotto!. Beh, hanno tirato, ma le gambe le ho ancora”. Mattia, infine, racconta di un soccorritore che, ad un certo punto, l’ha momentaneamente abbandonato, dopo aver avvertito un’ennesima scossa. perché rischiava la vita.

“Io l’ho capito, sa? È umano, sopra avevamo un tetto intero. Poteva uccidere tutti.

Dopo la scossa, il ragazzo è tornato – conclude Mattia - e ha ricominciato a scavare. Non mi chieda se l’ho perdonato, non ho nulla da perdonargli, ho da ringraziarlo. Mi hanno tirato fuori, alla fine, con uno strappo, il buco da cui sono uscito non era molto più grande di un cesto di pallacanestro”.

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