Quanto ha perso un imprenditore a causa del Covid

Odissea di un imprenditore con il fatturato che volge al nero

Quanto ha perso un imprenditore a causa del Covid

“Un percorso a ostacoli. Ma voglio andare avanti, in quest’azienda ho messo tutto me stesso, ho fatto e faccio moltissimi sacrifici. Non può finire così, non voglio fermarmi”. La voce incrinata ma convinta, per smontare la forza di volontà di quest’imprenditore tuttofare non bastano 455 giorni in stato d’emergenza (tanti saranno stati per l’Italia se il governo Draghi non decidesse per una proroga ulteriore del regime eccezionale alla scadenza del prossimo 30 aprile).

La vita del nostro Mario Bianchi o di Gennaro Esposito, come preferite, scorre abbastanza tranquilla agli inizi del 2020. Si è chiusa una stagione di acquisti natalizi soddisfacente per i 4 punti vendita che operano nel commercio al dettaglio di articoli casalinghi nella media provincia italiana, quella che tutto sommato se la passa ancora abbastanza bene. Il boom di acquisti di fine 2019 ha fatto lievitare il fatturato netto della società commerciale “L’Italia in casa” (il nome è di fantasia) fino a 2 milioni e 300mila euro netti. Il nostro titolare e i suoi 16 dipendenti lavorano molto tra bancali di merce da sistemare, il magazzino scorte da tenere costantemente sotto controllo, le promozioni commerciali, gli allestimenti delle vetrine e degli scaffali. Lo stesso titolare gira di continuo per i suoi negozi, guida il furgone per le consegne, organizza le campagne d’acquisto e alla bisogna dà una mano quando arrivano i bancali con la merce da sistemare. Il 7 febbraio 2020 Bianchi/Esposito è alla Messe Frankfurt in Germania, lo snodo commerciale più importante al mondo per i beni di consumo: tutto per apparecchiare tavola, per arredare la cucina, per idee regalo per la casa. Ma c’è qualcosa di strano, molti stand sono vuoti e mancano all’appello diversi dei 136mila operatori invece presenti nell’edizione 2019. Dalla Cina non c’è nessuno, nemmeno un operatore; del resto Wuhan e molte metropoli cinesi sono in isolamento dalla fine del 2019 per l’esplosione di un virus, il COVID-19, di cui si inizia a parlare anche in Europa. Ma è ancora qualcosa a 8.500 chilometri da noi, lontanissimo e perciò non ci riguarda. Il 20 febbraio 2020 il tampone effettuato su un paziente affetto da una strana broncopolmonite e ricoverato all’ospedale di Codogno risulta positivo: il virus cinese è purtroppo arrivato in Italia. Il nostro Bianchi/Esposito non sa ancora bene cosa accadrà, ma non presagisce nulla di buono, le strade si svuotano, la gente si chiude in casa. È costretto a chiedere la cassa integrazione per i dipendenti. Al 29 febbraio in Italia ci sono 240 contagiati e 8 morti. Ma la progressione dell’epidemia è impressionante.

Il 9 marzo il presidente del Consiglio Giuseppe Conte va in tv e annuncia “Italia zona protetta”: in pratica un isolamento totale del Paese dalle Alpi alla Sicilia. Tutto chiuso e anche i 4 punti vendita del nostro imprenditore sono obbligati ad abbassare le saracinesche. Resteranno così fino al successivo 3 maggio. L’attività di Bianchi/Esposito è paralizzata come moltissime economie in Italia per circa 56 giorni. I negozi di “L’Italia in casa” perdono così un incasso medio di 5mila euro al giorno, cioè 280mila euro, spicciolo più, spicciolo meno. Intanto il 16 marzo il governo Conte vara il “decreto cura Italia” che stanzia 25 miliardi per l’economia e l’8 aprile il “decreto liquidità” che stanzia 100 miliardi di euro in prestiti per le imprese con meno di 499 dipendenti. Cifre iperboliche messe in campo e annunciate in diretta tv a reti unificate, ma al nostro imprenditore non arriva nulla. Il 3 maggio finisce il lockdown, ma solo il 18 maggio possono rialzarsi le saracinesche. La gente esce di casa, ritorna per strada strada e anche i negozi di Bianchi/Esposito tornano a riempirsi. Anche perché il coronavirus sembra contenuto dai primi caldi di stagione: poche centinaia di casi, poche decine di decessi.

Nel frattempo arrivano i primi ristori. Al nostro eroe (un po’ deve esserlo un imprenditore perbene in Italia) vanno 22mila euro, in virtù del decreto legge 34 del 19 maggio. Per le aziende con un fatturato inferiore ai 5 milioni all’anno (cioè gran parte dell’economia reale in Italia) si tratta di indennizzi parametrati sulle perdite di fatturato del solo aprile 2020 rispetto al 2019. Ma i negozi sono rimasti chiusi anche a marzo e a maggio. Ma il nostro Bianchi/Esposito dice a se stesso “Piuttosto che niente è meglio piuttosto” e va avanti. Può essere utile per comprendere la dimensione di questa somma una piccola panoramica delle spese sostenute dalla società “L’Italia in casa”. Il titolare non è proprietario delle mura dei suoi 4 punti vendita: ragion per cui 17.000 euro al mese vanno via per gli affitti commerciali al netto dell’IVA. Poi ci sono i consumi delle utenze di rete, in primis l’energia elettrica: 4.000 euro al mese. Poi gli stipendi: 30.000 euro al mese. Poi c’è l’approvvigionamento merci, circa 110.000 euro, che mutano con le vendite e le stagioni. I negozi “L’Italia in casa” restano aperti anche ad agosto, logicamente. C’è da recuperare il fatturato perduto durante il primo lockdown. L’Italia del commercio si rimbocca le maniche, lavora pancia a terra e prova a riguadagnare terreno. Tra settembre e i primi di novembre le cose sembrano andare bene. Bianchi/Esposito incassa anche 6.000/7.000 euro al giorno. Gli affari e l’economia sembrano riprendersi, nei fine settimana la gente torna a uscire e a passeggiare per strada. Ma verso la seconda metà di ottobre la seconda ondata di coronavirus in Italia causa un’impennata impressionante di contagi e di decessi. Come una tagliola il 3 novembre arriva il dpcm di Conte che decreta Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta e Calabria zona rossa. Il 6 novembre le saracinesche dei negozi di Bianchi/Esposito si abbassano nuovamente fino al 3 dicembre.

I codici ATECO, cioè la classificazione statistica delle attività economiche (manifatturiere, edili, ristorazione, commercio al dettaglio, eccetera) dell’allegato 23 del decreto in pratica decidono chi può restare aperto e chi no; si rivelano presto una “pezza a colori” rispetto ai buchi creati nell’economia reale da questa nuova mazzata. L’imprenditore Bianchi/Esposito si organizza con un sito internet aziendale strutturato e con la consegna a domicilio, il cosiddetto delivery: ma i crolli dell’incasso giornaliero sono tra il 50% e l’80%, cioè tra 3.500 e 5.600 euro all’incirca. Al giorno, ripetiamo. Il 14 dicembre arriva un secondo ristoro: 39mila euro. Nel frattempo i negozi hanno riaperto, la gente torna in strada per gli acquisti natalizi. Ma comunque alla fine del 2020 il fatturato netto di “L’Italia in casa” sarà di 1.900.000 euro, con un calo di 400.000 euro rispetto al 2019, il 17,5%. A gennaio 2021 i negozi possono restare aperti solo il giorno 3, perché vige la zona rossa fino al 6 gennaio. Il 7 scatta la zona arancione, i negozi riaprono fino al 17 gennaio, quando ritorna la zona rossa. Il 24 gennaio arriva la zona arancione, poi l’1 febbraio arriva la sospirata zona gialla, il 1° marzo si torna arancione, ma il 15 marzo scatta di nuovo la zona rossa. “L’Italia in casa” ha perso a gennaio 50.000 euro di fatturato rispetto a gennaio 2020 e a febbraio 25.000 euro rispetto allo stesso mese del 2020; sono 75.000 euro lasciati per strada in 58 giorni, 1.293 euro ogni 24 ore. A marzo si rimane in zona rossa; i negozi perdono 35.000 euro d’incassi alla settimana, 140.000 euro in un mese. Il nostro eroe spera in un sostegno (i ristori hanno cambiato nome con il governissimo succeduto a Conte) del nuovo esecutivo Draghi di 3.000 euro, ma si tratta appunto di una pia speranza. Quindi a oggi, 8 aprile 2021, la società “L’Italia in casa” ha ricevuto dallo Stato circa 61.000 euro. Più un credito d’imposta sugli affitti commerciali di un mese (aprile 2020) di circa 5.100 euro. In tutto 66.000 euro. Cioè quasi 4 mesi di affitto commerciale.

Con 400.000 euro di fatturato lasciati per strada, lo ricordiamo. Qui il nostro imprenditore Bianchi/Esposito ragiona su un approccio a suo dire decotto dello Stato nei confronti della situazione pandemica. “L’emergenza è un concetto temporaneo. Quella c’è stata agli inizi del 2020, con la prima ondata. Un anno dopo non è più emergenza, è una normalità con cui bisogna fare i conti. I negozi sono chiusi da un mese e mezzo, comincio a sentire la puzza di crisi nera, non è arrivato più un euro. Non posso convertire un negozio per vendere solo biancheria intima. Così si stravolge il commercio. Torniamo di nuovo alle contraddizioni ATECO. Alla bistecchiera elettrica che si può vendere, mentre quella classica da grigliata no. Il mestolo di legno è proibito, ma il frullatore a immersione è consentito. Un profumo è utile, un lenzuolo no. Un asciugamano no, un accappatoio sì. C’è da impazzire, è peggio delle regioni a colori”. Ora, nessuno Stato al mondo, nemmeno gli USA o la Germania, possiede in cassa risorse illimitate per compensare tutte le perdite di fatturato causate ai cittadini dalla pandemia di COVID-19 (a maggior ragione se non può stampare moneta, come uno Stato membro dell’Unione Europea).

Ma nessuno Stato al mondo può pensare di sopravvivere e di avere un futuro senza porsi il problema della china ripidissima che intere filiere dovranno risalire. Dietro quelle saracinesche abbassate, chiusi nei negozi vuoti, ci siamo tutti. Anche se non siamo commercianti.

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