La felicità dell'uomo è quella del lupo

Le montagne, i sogni, la solitudine e l'amore: l'ultimo libro di Paolo Cognetti, "La felicità del lupo", indaga le passioni dell'animo dell'uomo e il suo continuo vagare

La felicità dell'uomo è quella del lupo

C'è l'odore della neve di montagna, tra le pagine dei libri di Paolo Cognetti. È un odore che non si descrive facilmente. Ha a che fare con la legna che arde nei camini e con il silenzio dei sentieri fuori stagione. È un odore avvolgente che, appena torni a fiutarlo nell'aria, ti fa sentire di nuovo a casa. Certo, in un certo qual modo, ha anche a che fare con la solitudine. Ma non quella di città, che getta addosso angoscia e tristezza, che ti spinge ad attaccarti al cellulare per riempire i momenti di vuoto. È una solitudine diversa che collima con il riposo dell'anima. Perché tra i monti sopra Brusson, dove Cognetti si è ritirato e ha dato alla luce nel 2016 Le otto montagne e quest'anno La felicità del lupo (entrambi editi da Einaudi), la pace ha anche il sapore delle lacrime asciugate e del presente libero dai fantasmi del passato.

Per arrivarci da Milano bisogna tirar dritto per un'oretta lungo l'autostrada che porta a Torino. Poi ad un certo punto, subito dopo un avveniristico ponte che ti fa quasi pensare di trovarti su un'highway statunitense, svolti a destra e le vedi, le Alpi, altissime. Le vette imbiancate. Chi è abituato a venirci da decenni sa che tutto quel bianco lì è in ritirata e se ne dispiace. All'inizio fatichi a vederlo ma, trascorsa una ventina di minuti di dolci curve, sai benissimo che è lì che devi arrivare dopo esserti lasciato il casello alle spalle. Quando iniziano i tornanti, è già quasi casa. Perché salire significa abbandonare tutto il resto indietro. Una svolta dopo l'altra e i paesini si fanno sempre più radi mentre la natura riprende il sopravvento. In macchina non si avverte il dislivello. Eppure l'occhio avverte sempre più vicine: le montagne, imponenti. Quando finalmente il motore si zittisce e aperta la portiera entra l'aria fresca dei monti e dei boschi, ecco l'odore della neve. Il cervello, il nasco, il corpo lo ricordano tutto d'un botto. E la lontananza si azzera nel giro di un secondo.

Devono piacerti, le valli della Val d'Aosta. Mio padre, per esempio, che è trentino, è abituato ad altri monti ed altre vallate, più aperte. Io invece, che ho passato estati e inverni, a correre sui prati di Antagnod, apprezzo quella lunga strettoria che accompagna lo sguardo su fino al massiccio del Rosa. La felicità del lupo è un libro asciutto, proprio come quelle montagne lì. Cognetti non si dilunga in descrizioni e gli basta il giro di valzer di quattro stagioni per radicare la scelta di Fausto, fuggito da un matrimonio e dalla caotica Milano, tra le quattro case di Fontana Fredda. All'inizio sembrano accoglierlo con diffidenza. Poi, col passare di giornate all'apparenza sempre uguali tra loro, diventa anche lui uno del posto. È attorno alla figura di Fausto che Cognetti snoda un pugno di personaggi i cui legami sono effimeri quanto il bel tempo in alta quota, eppure profondissimi. Tra loro c'è Silvia. Si conoscono nel ristorante per cui lavorano, lui come cuoco e lei come cameriera. È la ragazza, una sera, a chiedergli di che sapore sa il mese di gennaio, il mese in cui hanno capito di piacersi. Di "fumo di stufa. Prati secchi e gelati in attesa della neve. Il corpo nudo di una ragazza dopo una lunga solitudine". Insomma, di miracolo.

Ma i miracoli non si ripetono tutti i giorni. E Fausto è un cuoco vero. Non come gli chef d'oggi che già a chimarsi così si credono chissacché. Fausto cucina per sfamare chi ha fame davvero. E quindi i gattisti d'inverno e i taglialegna d'estate. Non c'è spazio per estasi culinarie o ricette troppo ricercate. Ma per la buona cucina sì. Ed è anche sui fornelli che impara la semplicità. La semplicità di una vita in cui il tempo scorre lento ed è cadenzano dal succedersi delle stagioni; in cui l'ultima parola ce l'ha la natura che non è quasi mai amica dell'uomo; in cui quelle montagne, quando inizi ad amarle, non te le togli più via dalla testa e finiscono per scorrerti sin dentro alle vene. La felicità dell'uomo non è come quella degli alberi, che sono stanziali. È, forse, più simile a quella del lupo che, invece, ha a che fare con l'istinto. "Non si capiva perché (il lupo, ndr) si spostasse, l'origine della sua irrequietezza.

Arrivava in una valle, magari trovava abbondanza di selvaggina, eppure qualcosa gli impediva di diventare stanziale, e a un certo punto lasciava lì tutto quel ben di dio e se ne andava a cercare la felicità da un'altra parte. Sempre per nuovi boschi, sempre oltre il prossimo crinale, dietro all'odore di una femmina o all'ululato di un branco o a nulla di così evidente". Esattamente come l'uomo, sempre dietro ai suoi sogni.

La felicità del lupo

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