Ma dov'è finito il Pantani ciclista?

Da un po' di tempo il percorso delle nostre fiction ha preso l'abitudine di pararsi le spalle con un abile lavoro di pubbliche relazioni preventive: si è fatto uno sceneggiato su un Papa, o su qualche eminente figura religiosa? Si provvede a farlo vedere in anteprima alle massime autorità ecclesiali, in modo da riceverne subito una sorta di salvacondotto. Si fa una fiction su un politico scomparso, su una vittima della mafia, o magari su un campione sportivo del passato? Si organizza una visione privata in compagnia dei parenti più stretti, si mette all'incasso il loro parere favorevole (indotto inevitabilmente dal coinvolgimento emotivo) e a quel punto le eventuali critiche sono stoppate fin dalle premesse: come può non piacervi una fiction piaciuta a chi ha conosciuto da vicino il personaggio di cui si occupa? Un po' lo stesso percorso è accaduto per Il pirata - Marco Pantani (lunedì su Raiuno, ore 21,10), mostrata in anteprima a Cesenatico alla sua famiglia che l'ha accolta con entusiasmo. Non che si voglia, in queste poche righe, entrare in polemica con tanto entusiasmo parentale più che comprensibile. Però qualche distinguo andrebbe fatto. La fiction, firmata da Claudio Bonivento, ha scelto innanzitutto di condensare l'esistenza umana e sportiva di Pantani in una sola puntata di 100 minuti, con esito forzatamente sbrigativo soprattutto sul versante delle imprese agonistiche del Pirata, emozionanti e indimenticabili. Ormai ci eravamo abituati, anche nelle fiction di carattere e ambientazione sportiva (vedi i casi di Coppi e Bartali) a un respiro maggiore diluito in due puntate, il che consentiva al racconto di muoversi senza affanno o troppi salti di carreggiata. Qui invece si è costretti a correre a suon di flash esistenziali che abbracciano in poco più di un'ora e mezza l'adolescenza di Pantani, poi le prime corse in bici, le vittorie al Giro e al Tour, l'innamoramento per Christina, il dramma delle analisi risultate positive a Madonna di Campiglio e il successivo calvario. Più che una narrazione, a tratti sembrava un bigino, un riassunto veloce e a tappe forzate della vita di Marco Pantani, svolto con le semplificazioni imposte dal tempo ristretto ma con il pregio di essersi tenuti il più possibile lontani dall'enfasi retorica e da un'impronta troppo agiografica. Buona l'interpretazione degli attori, a cominciare da un Rolando Ravello aiutato dalla somiglianza fisica con il Pirata.

Per il futuro, la preghiera agli sceneggiatori della vita di altri campioni è di non trascurare la loro epopea sportiva. Va bene prestare attenzione al cosiddetto lato umano, ma non lasciateci orfani di ciò che fa di un campione un mito: le sue imprese che si fissano per sempre nei nostri occhi e nel nostro cuore.

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