Ilva, Acciaierie d'Italia nega ma l'atto di forza è sul tavolo

Fonti di governo precisano: "Al momento la procedura non è iniziata". La gestione sotto accusa, gli allarmi di Bernabè

Ilva, Acciaierie d'Italia nega ma l'atto di forza è sul tavolo
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Sono ore decisive per il futuro dell'ex Ilva, oggi Acciaierie d'Italia. Dopo l'anticipazione del Giornale sul possibile arrivo a Taranto di un nuovo commissario, autorevoli fonti di governo precisano che «al momento non è stata avviata la procedura di amministrazione straordinaria», ma non escludono che l'ipotesi sia sul tavolo. Sindacati, dipendenti e aziende dell'indotto chiedono risposte subito, ma l'unica a parlare ieri è stata Acciaierie: l'oggetto dell'eventuale nazionalizzazione che, in quanto tale, non può sapere se sarà commissariata. Per questo è suonata curiosa la smentita diffusa dalla società partecipata per il 62% da ArcelorMittal e per il 32% da Invitalia. Nella nota, Acciaierie prima nega «iniziative in corso per l'attivazione nelle prossime ore della procedura di amministrazione straordinaria in quanto destituite di ogni fondamento», pur non essendo il soggetto titolato a farlo. Poi però precisa di «non voler commentare le notizie riportate sull'andamento dell'azienda, rassicurando i propri dipendenti, fornitori, creditori e clienti sulla prosecuzione delle attività aziendali». La società a cui da mesi si chiedono risposte concrete in merito al piano industriale quindi conferma «il proprio impegno a definire un nuovo accordo di collaborazione con le istituzioni italiane per la prossima fase di sviluppo». Quale sia l'accordo e quando arriverà, non è però spiegato. Né tantomeno pare che il governo abbia creduto a questo rinnovato impegno.

Molto indicativo è stato il silenzio di tutto l'esecutivo sulla vicenda. Allo stato, invece, la fotografia che emerge su più fronti è quella di una distanza siderale tra azienda e governo. D'altra parte, non è un mistero che l'attuale gestione sia da mesi sotto accusa. È stato addirittura lo stesso presidente di Acciaierie, Franco Bernabè, a lanciare accorati appelli nei giorni scorsi denunciando il fatto che per il futuro dell'ex llva, e dei suoi 10mila dipendenti (18mila con l'indotto), «non c'è più tempo». Non solo. Dopo le sorprendenti dichiarazioni rilasciate dall'ad Lucia Morselli sulle «ottime condizioni» in cui verserebbe l'acciaieria di Taranto, un tweet del ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha smosso le acque torpide sul caso Taranto. «Commento privato - ha esordito - Ho letto l'intervista dell'ad di Acciaierie d'Italia, Morselli. Descrive l'ex Ilva più bella, potente e forte di 4 anni fa. Bel racconto. Poi c'è la realtà. Altiforni chiusi, cassa integrazione, operai in sciopero, produzione in calo, fornitori disperati». A chiedere luce definitiva sono stati ieri nuovamente i sindacati. «La situazione è sempre più contorta, si complica sempre più e dell'auspicato rilancio non si vede traccia. Condividiamo l'idea che altri fondi pubblici concessi ad una gestione in cui l'ad e ArcelorMittal possono gestire queste nuove risorse a proprio piacimento, sarebbe l'ennesima regalìa.

Con le precedenti iniezioni di denaro pubblico fatte dal governo, non abbiamo visto rilanci: zero investimenti sugli impianti e continuo ricorso alla cassaintegrazione», ha commentato al Giornale il segretario nazionale della Fim Cisl, Valerio D'Alò. A fargli eco il rappresentante dell'indotto (80 aziende a cui spettano oltre 150 milioni) che in una lettera alla premier ha chiesto «chiarimenti e garanzie per non subìre un nuovo bidone di Stato».

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