ERODE IL GRANDE L’innocenza del colpevole

Al re di Giudea si è sempre attribuita la strage dei bambini di Betlemme, come racconta l’evangelista Matteo. Ma ora il saggio di una studiosa tedesca lo scagionerebbe

«Erode s’infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù». Ecco le poche righe del Vangelo di Matteo che hanno inchiodato per sempre il re al suo destino infamante: quello, appunto, di essere un Erode. Eppure non ci sono altre prove contro di lui. Nessun altro evangelista, nessun apostolo lo accusa della Strage degli innocenti. Sono bastate quelle poche righe per condannarlo senza appello. Intendiamoci: non che Erode Ascalonita, detto «il Grande», re di Giudea dal 37 a. C., fosse un fiorellino di bontà. Era uno che aveva fatto ammazzare alcuni tra i suoi figli temendo, nella sua paranoica sospettosità, che gli insidiassero il trono. Figuriamoci se non sarebbe stato capace di ammazzare bambini che neppure conosceva. L’aneddoto di Matteo, insomma, se pure è falso, è ben trovato e adatto al personaggio. Però considerare Erode il Grande solo «quello della Strage degli innocenti» è poco. Non abbastanza per un uomo che ha attraversato momenti cruciali della storia antica, che conobbe Cleopatra e godette della fiducia di Giulio Cesare e Ottaviano Augusto.
A ristabilire un po’ di verità storica provvede una studiosa tedesca, Linda-Marie Günther, autrice di un libro intitolato semplicemente Erode il Grande. Ne esce il ritratto di un re che, come disse Anatole France, fu «un uomo duro e spietato», ma anche «un buon governante». La Günther non ha dubbi: l’accusa di aver commesso la Strage degli innocenti, che ha conquistato a Erode il ruolo di «prima canaglia nella storia della salvazione», è una calunnia. Si aggiunga che ogni tanto gli si attribuisce pure la morte di Giovanni Battista, che pesa invece sulla coscienza del suo settimo (e purtroppo omonimo) figlio, Erode Antipa. Il nostro Erode, il Grande, non c’entrava nulla con il Battista. Conosciamo con esattezza la data della sua morte (per malattia, all’età di 69 anni), poiché lo storico Giuseppe Flavio ci informa che coincise con un’eclisse lunare: il 13 marzo del 4 avanti Cristo. Data interessante perché, collocando gli evangelisti la nascita di Gesù al tempo di Erode, sembra indicare che Cristo, in realtà, è nato avanti Cristo...
Ma chi fu dunque Erode? Ovviamente, nel gioco dei revisionismi e delle riabilitazioni cui periodicamente e fatalmente la storiografia si dedica, quasi ogni tesi è sostenibile. Ma la Günther procede rigorosamente cercando innanzitutto di mostrare come sia nata la sua pessima fama. In verità, la leggenda nera di Erode è legata alla feroce avversione di gran parte dei Giudei. Erode, per gli ebrei, e quindi anche per i primi cristiani, era troppo amico dei romani, troppo vincolato a un potere straniero. E anche troppo estraneo alle tradizioni e alla cultura ebraica. Il padre, Antipatro, veniva dall’Idumea, una terra ai limiti del deserto del Negev, conquistata all’ebraismo solo pochi decenni prima a colpi di spada. Antipatro aveva cercato, con l’appoggio dei romani e degli arabi della Nabatea, di riportare sul trono il re Ircano, rovesciato da una congiura. Egli stesso, aveva sposato una principessa araba, nativa di Petra, per cui suo figlio Erode il Grande, il futuro re di Giudea, era in realtà mezzo arabo. E proprio Erode aveva completato l’opera paterna riconquistando Gerusalemme, nel 37 a. C., con l’appoggio delle legioni romane. Gli ebrei della fazione avversa, peraltro, si erano alleati con l’impero orientale dei Parti, il grande nemico di Roma.
Insomma, Erode il Grande, lungi dall’essere semplicemente il cattivo della Strage degli innocenti, era calato in una realtà assai complessa. L’accusa di essere un tiranno sanguinario gli veniva da quanti, tra i suoi compatrioti, lo consideravano un parvenu, un «mezzo giudeo» e un usurpatore al soldo dello straniero (che poi chi criticava fosse a sua volta al soldo di altri stranieri, i Parti, era un dettaglio su cui sorvolare... ). Ma Erode, secondo la Günther, fu soprattutto l’ultimo re ellenistico, cioè l’ultimo erede degli eredi di Alessandro Magno. Un re che voleva governare, e condannare a morte chi e quando gli pareva, anche a dispetto del Sinedrio, il venerando consiglio che solo, per antica legge, poteva infliggere la pena capitale.
Ma Erode non si curava degli scrupoli religiosi. A lui, è vero, si deve la costruzione dell’ultimo Tempio di Gerusalemme: ma fu più un atto di munificenza regale e di magnificenza urbanistica che un gesto di devozione. Comunque, era un uomo di grande astuzia politica. Prima stava con Cesare, poi passò con i cesaricidi. Quando Antonio vinse gli assassini di Cesare, divenne antoniano.

Quando Ottaviano sconfisse Antonio, era in prima fila a battere le mani al nuovo padrone. Un po’ volpe, un po’ leone, e molto gattopardo: un vero politico.

Luise-Marie Günther, Erode il Grande, Salerno editrice, pagg. 338, euro 22.

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