Felicetti, gli spaghetti dolomitici

Sì, certo la Barilla è la bandiera di Parma (e dell’Italia nel mondo), il Veneto ha i suoi pastifici così come Liguria, Umbria e Marche, ma per tutti la pasta è o abruzzese o napoletana. Ed è vero, poi ci sono le sorprese che, proprio perché tali, non ti aspetti: un fior di pastificio in Trentino, tra i monti delle Dolomiti, a Predazzo, snodo turistico-sportivo tra la Val di Fiemme e quella di Fassa.
I Felicetti, 0462.501225, felicetti.it, sono pastai da un secolo, dal settembre 1908, da quando Valentino acquistò da un amico un opificio che accoglieva una casa, una falegnameria, un laboratorio per la produzione di zolfanelli, un forno e un secondo laboratorio, questo per la produzione della pasta, pasta di grano tenero, poi all’uovo, quindi di grano duro e ora anche biologica con le selezioni monograno al kamut, farro, grano duro e all’uovo.
È un piacere ascoltare il nipote del fondatore, Valentino pure lui, raccontare l’epopea della famiglia, gli interminabili viaggi a Milano a portare giù legname, formaggio e luganeghe, le due guerre mondiali, l’incendio che nel ’45 distrugge quasi tutto, la crisi del secondo dopoguerra e il fallimento di tutti e nove gli altri pastifici trentini, ma anche certe leggi, firmate De Gasperi, sugli scambi commerciali tra Trentino, Alto Adige e Tirolo che i Felicetti sapranno interpretare a loro vantaggio fino all’attuale sguardo sul mondo intero.


Dopo avere a lungo lavorato per le comunità locali, poi per quelle dell’area della lingua tedesca (Predazzo e le sue valli gravitano più su Bolzano e il Nord che su Trento e la pianura Padana) e per conto terzi, i Felicetti da tre lustri si stanno impegnando anche per valorizzare il loro marchio attraverso paste monograno che vanno viste come i cru del vino o le monocultivar dell’olio. Sono l’esaltazione dello spaghetto bollito e condito il più semplicemente possibile: olio o burro, grana e amore. Quasi inutile mettere il sale nell’acqua di bollitura.

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