Giulio Andreotti, diari privati di un uomo pubblico

Giulio Andreotti, diari privati di un uomo pubblico

«Dal settembre 1945 ho iniziato ad annotare ogni giorno - spesso per cenni, alcune volte con una certa ampiezza - eventi e impressioni della vita pubblica. Le prime note commentano l’emozionante seduta inaugurale della Consulta nazionale della quale per l’età fui segretario provvisorio e potei dal banco della presidenza veder seduti personaggi autenticamente storici, come Benedetto Croce e Francesco Saverio Nitti. L’incarico di collegamento tra De Gasperi e Il Popolo mi offriva una fonte diretta di notizie e di commenti, che i colleghi della stampa registravano con non poca invidia».

Con queste parole hanno inizio i diari di un testimone d’eccezione, ovvero Giulio Andreotti, che hanno visto la luce negli ultimi mesi da Rizzoli. Il primo è 1947. L’anno delle grandi svolte nel diario di un protagonista e il successivo è il 1948. L’anno dello scampato pericolo. Le fonti e l’interesse sono tali da costituire un documento di storia vissuta con straordinaria intelligenza, gusto del racconto e penetrazione dei motivi, delle idee del grande scontro che si svolse in Italia in quegli anni indimenticati. Personalmente, ripercorro queste pagine e tutta quest’epoca con l’avidità del contemporaneo e l’emozione del coetaneo che attraversò le stesse vicende stando dalla parte opposta, quella comunista. Andreotti compie un’opera di valore ideale e culturale destinata a completare una narrazione che è stata affrontata da molti autori, ma non sempre con adeguato spessore. Non si trattò, infatti, solo di una straordinaria sequenza di avvenimenti, ma di qualcosa di più importante e più profondo, cioè della storia delle idee, del corso formativo dell’Europa moderna e quindi dei partiti politici sia democratici che autoritari.

Il 18 aprile 1948 fu non soltanto la vittoria della Dc sull’alleanza comunisti-socialisti, ma un confronto in nuce fra Oriente e Occidente, fra valori dello sviluppo e quelli dell’ideologia, con l’intervento costruttivo della Chiesa. Lo spiegamento di queste forze in campo aperto non mobilitò solo i partiti, ma le idee della formazione dello Stato e delle classi in gioco, delle reciproche collocazioni e dei valori fatti propri, o tradizionalmente interpretati con saggezza. Il 18 aprile non fu una semplice vittoria in una competizione elettorale, ma tutto un processo di idee di libertà che l’Italia afferrò con coraggio e penetrazione. Rileggo e comprendo a distanza il senso delle mie idee attuali, che criticamente rigettano il comunismo, e la loro evoluzione salvifica. Vinse allora una coalizione di significato laico non contingente, di partito «fra» cattolici, non di «soli» cattolici. La straordinaria vittoria sul Fronte delle sinistre fu il risultato, come giustamente scrive Andreotti, di «uno scampato pericolo» e anche di un divario di civiltà: quella cristiana contro quella dell’Est.

Aggiungo un ricordo personale. Il sabato santo di quell’anno, il 1948, si presentò un sacerdote alle Botteghe Oscure e, coraggiosamente, chiese di benedirle. Grande sconcerto della vigilanza del palazzo che era, in massima parte, formata da partigiani del comandante Moscatelli della Val d’Ossola, non proprio devota alla religione. Il caso volle che io fossi in quel momento il più alto in grado dell’apparato, quale responsabile della segreteria di Togliatti. Gli uomini della vigilanza mi posero la questione e ridiscesero le scale dal mio ufficio in attesa della mia decisione. Feci salire il prete, che mi disse: «Sono padre don Lucio Migliaccio, assistente ecclesiastico dei Comitati civici». Essi erano in quel momento i diretti avversari del Fronte, guidati dall’ingegner Luigi Gedda, chiamati da Pio XII per combattere la lotta elettorale dei partiti di sinistra, promuovere l’impegno delle parrocchie, dell’Azione Cattolica e della Chiesa. Diedi il mio consenso alla benedizione. Alcuni anni or sono me lo ha ricordato e confermato lo stesso padre Migliaccio. Ricordo con esattezza l’ispirazione della mia condotta.

I partigiani l’accettarono convinti che fosse stato lo stesso Togliatti a darmi il consenso. A Togliatti, invece, neppure telefonai. Ricordai che mia madre, tenera e cattolicissima, che non votò mai per me nella mia lunga carriera elettorale comunista, era solita a Pasqua far benedire la nostra casa.

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