Le toghe intimidatorie

Mandare alla sbarra 44 testimoni è un sopruso

Il pm Antonio Sangermano e gli avvocati Piero Longo e Niccolò Ghedini
Il pm Antonio Sangermano e gli avvocati Piero Longo e Niccolò Ghedini

È difficile stabilire se le inchieste ed i processi a carico di Silvio Berlusconi rappresentino dei precedenti che spianano la strada a nuove forme di giurisdizione o se siano solo, grazie al grande rilievo mediatico che sempre assumono, lo specchio su cui si riflette una serie di nuove tendenze già presenti nella realtà giudiziaria del Paese. È probabile che solo in futuro, quando le vicende degli ultimi vent'anni e del presente saranno diventate storia, si potrà stabilire se su questo terreno sia nato prima l'uovo o la gallina. Per il momento bisogna accontentarsi di indicare ciò che emerge dall'ultima vicenda giudiziaria del Cavaliere. Che non è solo un atto dovuto, come ha sottolineato il procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati, a proposito dell'apertura dell'inchiesta per corruzione di testi e falsa testimonianza a carico di Berlusconi, dei suoi avvocati e di tutti i testimoni a favore della difesa nei processi Ruby 1 e Ruby 2. Ma è qualcosa di molto più importante e significativo. Che non riguarda solo le vicende personali dello stesso Berlusconi, degli avvocati Longo e Ghedini, di oltre quaranta ragazze e tutti gli altri indagati. Ma che solleva una questione che riguarda indifferentemente tutti i cittadini: quella della tendenza crescente alla limitazione del diritto alla difesa attraverso il ricorso sistematico alle incriminazioni per falsa testimonianza. Il processo Ruby 3 diventerà sicuramente il terreno su cui i difensori di Berlusconi e di tutti i suoi testimoni a favore incriminati solleveranno la questione del limite al diritto di difesa posto dall'uso massiccio da parte dei magistrati giudicanti ed inquirenti dell'incriminazione degli stessi testimoni. Non ci vuole una particolare scienza nel cogliere il potere intimidatorio dell'«atto dovuto» a cui ha fatto riferimento, peraltro in maniera formalmente corretta, Bruti Liberati. Quanti testimoni avranno la forza di confermare le loro deposizioni di fronte alla concreta prospettiva di subire pesanti condanne? E, al tempo stesso, quante ritrattazioni e correzioni potranno sfuggire al sospetto di essere state provocate non dall'amore per la verità, ma dalla paura di sanzioni ingiustificate? Il clamore mediatico che inevitabilmente si determinerà attorno alla vicenda trasformerà la natura del Ruby 3. Non si discuterà più solo di una vicenda pruriginosa che riguarda la vita privata di un cittadino o di giustizia a orologeria ai danni di un leader determinante per le sorti politiche del Paese. Si aprirà una questione d'interesse generale, come la sorte del diritto di difesa di tutti i cittadini. E questa inevitabile attenzione dell'opinione pubblica sul caso personale del Cavaliere farà scoprire che la tendenza a colpire il diritto di difesa non è una novità prodotta dal caso Berlusconi, ma un fenomeno ormai ampiamente diffuso dipendente dal progressivo processo di sacralizzazione della magistratura avvenuto negli ultimi due decenni. Le toghe sono state trasformate da amministratori di giustizia a depositari di verità. Con il risultato che, come ai tempi dell'Inquisizione, la verità non può essere messa in discussione, ma deve trionfare sempre e comunque.

Anche a dispetto del diritto di difesa che, a causa della concezione sacrale della magistratura, diventa reato di eresia da perseguire ad ogni costo. Anche con la tendenza crescente al ricorso all'incriminazione per falsa testimonianza come strumento di intimidazione per la conversione alla verità espressa dal magistrato di turno!

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