La mia Hollywood, la vera vita fittizia di una star della West Cost

Eve Babitz con La mia Hollywood racconta la sua versione di Los Angeles, in un'autobiografia quasi paradossale, guidata da una voce narrante che non si interessa affatto al pubblico

La mia Hollywood, la vera vita fittizia di una star della West Cost

Eve Babitz non è forse un nome così noto tra chi vive fuori dagli Stati Uniti e non ha un legame con la cultura di una certa Los Angeles. Eppure la donna, autrice del libro La mia Hollywood, appena pubblicato da Bompiani, è stata una scrittrice davvero molto apprezzata, una penna che è stato in grado di raccontare la verità attraverso una sequela di bugie così verosimili da risultare tangibili. La mia Hollywood ne è una prova: presentandosi come autobiografia della scrittrice capace di intessere relazioni con personaggio del calibro di Tachaikovsky (suo padrino), Jim Morrison e Harrison Ford, La mia Hollywood è in realtà un racconto fittizio di una Los Angeles ormai abbracciata dal mito.

La dimostrazione di questo carattere artificiale e non naturale dell'intera operazione si può dedurre dalla scelta della scrittrice di riscrivere le regole editoriali: bastano le poche pagine in cui Eve Babitz spiega l'uso che farà delle maiuscole o dei nomi dei luoghi geografici generali per capire che il libro che si tiene tra le mani non segue nessun cammino canonizzato, ma si presenta come una vera e propria proiezione dell'autrice. In questo senso il titolo dell'opera è quanto meno azzeccato. Tra le pagine di questa piccola biografia emerge soprattutto la visione di una Hollywood - e più in generale di una Los Angeles - molto personale, a tratti faziosa. A Eve Babitz non sembra interessare molto raccontare una vita, ma raccontare invece tante esistenze artistiche che si sono intrecciate alla sua vita, sullo sfondo di una metropoli tentacolare che non si merita la nomea di deserto culturale.

Nel raccontare la società dove è cresciuta, i personaggi che le sono ruotati intorno, la comunità nata intorno alle figure dei genitori, Eve Babitz racconta la sua visione, la sua prospettiva, senza però rinunciare all'artificio della scrittura. La prosa è davvero incredibile e questo fa sì che il lettore, per un momento, dimentichi il gioco alla base dell'opera, credendo pedissequamente a ogni aspetto raccontato, anche quello secondo cui una bambina di due anni possa ricordare un'intera conversazione con degli adulti. Ci sono elementi palesemente costruiti all'interno dell'autobiografia, ma l'incanto della scrittura fa sì che quegli stessi elementi si fondino alla perfezione, passando quasi inosservati. La sensazione che si ha leggendo La mia Hollywood è che Eve Babitz - nata nel 1943 e morta nel 2021 - scriva per placare un bisogno personale e non per parlare al pubblico. Scrivere è una sua esigenza e una sua urgenza. Aspetto che forse è dimostrato anche dalla scelta della voce narrante della storia.

La protagonista di La mia Hollywood non appare una persona piacevole. Il suo cosiddetto tone of voice sembra troppo concentrato su se stesso, troppo autoreferenziale, come se l'autrice stessa si fosse posta al di sopra di un piedistallo culturale. Mentre si legge si storce spesso il naso davanti alla sensazione di essere davanti a un personaggio troppo egoriferito, che fa mostra dei successi della sua famiglia più che dei suoi. Una scelta che forse serve proprio a dimostrare che la scrittura non deve e non può essere solo consolazione. Che scrivere significa anche mettersi a nudo, offrirsi coi propri difetti a chi paga con il prezzo di copertina il diritto di giudicare uno scrittore. Eve Babitz voleva scrivere questo libro - e la sua passione trasuda da ogni pagina -, ma non sembra interessata a piacere al pubblico, come se già in partenza avesse deciso di prendere distanza dai lettori. E questa è una mossa oltremodo coraggiosa, che dimostra soprattutto la grande padronanza che la scrittrice aveva del mezzo con cui aveva scelto di esprimersi.

Non un libro per tutti, certamente, ma La mia Hollywood offre davvero una visione interessante che si posiziona a metà strada tra la Hollywood su cui tutti hanno fantasticato e quella che invece non si preoccupa di celare i propri difetti. Questo libro, a ben guardare, sembra seguire la stessa direzione presa, in ambito cinematografico, da Damien Chazelle che, dopo La La Land, ha voluto raccontare la versione oscura di Los Angeles con Babylon.

La mia Hollywood

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