Libano, l’Unione non sa da che parte stare

Arturo Diaconale

L’assassinio di Pierre Gemayel ha confermato che il Libano è di nuovo sull’orlo della guerra civile. Nei giorni precedenti la tragica uccisione del ministro cristiano maronita anti-siriano, i partiti filosiriani, primo fra tutti il Partito di Dio degli Hezbollah guidato dallo sceicco Nasrallah, hanno lanciato una offensiva contro il governo Siniora accusandolo di essere al servizio degli americani e chiedendo la sua sostituzione con un governo di unità nazionale.
L’obiettivo non è affatto nascosto. Hezbollah non si accontenta del ruolo di semplice comprimario della scena politica di Beirut. Pretende di diventare il primo protagonista della vita pubblica libanese. E, forte del prestigio e del peso conquistati durante il mese di guerra condotta per procura iraniana e siriana contro Israele nell’estate scorsa, ha deciso di forzare la mano per raggiungere subito il proprio scopo.
L’iniziativa di Hezbollah, soprattutto alla luce della morte di Gemayel, ha scatenato le resistenze dei gruppi anti-siriani, dei sunniti (il Partito di Dio è formato da sciiti), dei drusi e della maggior parte dei cristiani maroniti. In più ha creato grande imbarazzo e forti preoccupazioni non solo al governo israeliano, convinto che la vittoria di Hezbollah porterebbe fatalmente ad una nuova guerra, ma anche al governo degli Stati Uniti e della Francia. Gli americani hanno tutto l’interesse ad evitare che il Libano torni ad essere un protettorato siriano e la base per l’avvio di un nuovo conflitto degli «stati canaglia» mediorientali contro Israele.
I francesi, che dai tempi degli stati crociati nutrono la curiosa tendenza a considerarsi i tutori naturali delle terre d’Oltremare, hanno pensato di poter rinnovare questa loro ricorrente ambizione potendosi come i più strenui difensori del governo Siniora. Ed in questa veste hanno richiesto ed ottenuto il comando delle truppe Onu dell’Unifil.
Fino a questa estate noi italiani avremmo potuto assumere una posizione di sereno distacco rispetto a queste vicende dagli sviluppi potenzialmente drammatici.
Ma da quando il governo di Romano Prodi e del ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha chiesto ed ottenuto di poter partecipare alla missione di pace dell’Onu con un proprio contingente militare, non possiamo fare finta di niente. Il Libano è di nuovo sull’orlo della guerra civile. Di qui la scontata ed obbligatoria domanda. Noi da che parte stiamo? Da quella del governo Siniora o da quella degli Hezbollah? Vogliamo che il Libano torni ad essere un protettorato siriano (o meglio, sirian-iraniano)? Oppure siamo dell’avviso che qualsiasi mutamento dell’attuale e fragile equilibrio esistente nell’area possa scatenare conseguenze del tutto incontrollabili?
Nessuno dubita che il nostro governo sappia come rispondere a queste domande. Il guaio è che queste risposte non sono note a nessuno. Tanto meno a quel migliaio di soldati italiani che si trovano in questo momento in Libano e rischiano di diventare ostaggio e bersaglio delle fazioni in campo.
Di qui la necessità che Prodi e D’Alema chiariscano al più presto la posizione del governo italiano. Prima che i Comunisti italiani organizzino cortei in favore di Hezbollah.

O che Rifondazione, per non essere da meno, scenda in piazza per sostenere Siniora. O che i soliti imbecilli «compagni che sbagliano» facciano di nuovo sapere ai soldati impegnati in Libano che l’«unico tricolore» buono è quello che potrebbe finire sulle loro bare.

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