Michele,il giornalista più uguale degli altri

Ma quale televisione pubblica! L’ultima puntata di Annozero ha svelato una volta per tutte in che mondo entriamo quando accendiamo l’apparecchio tv: nella Fattoria degli animali. Dove regna Napoleone-Santoro, per il quale vale solo la legge stabilita dall’omonimo maiale orwelliano: «Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri». Ecco lui, il giornalista che vive per essere un «caso», è più uguale degli altri.

Lo è perché, unico in Rai, non deve rispondere al direttore di testata. Lo è perché va in onda in prima serata (profumatamente pagato) non per decisione aziendale ma per ordine di un giudice. Lo è, soprattutto, perché un sapiente dosaggio di abilità professionale, astuto vittimismo, spregiudicato sfruttamento di legittime critiche altrui, appartenenza politica, riflessi pavloviani della supposta intellighenzia e debolezza (o peggio) degli interlocutori aziendali ne hanno fatto un intoccabile.

Uno che usa la televisione pubblica per fare quello che gli pare, come fosse il salotto di casa sua. Uno che è al di sopra delle regole. Può mentire, insultare, insinuare, irridere, farsi beffe dell’editore, degli spettatori e del senso comune: non accadrà assolutamente nulla. Gli si ordina una puntata «riparatrice»? E lui allestisce allegramente uno spettacolino in cui non solo non ripara un accidente ma si comporta come se l’argomento cui si riferivano le contestazioni fosse un altro: non l’opera di soccorso dopo il terremoto (vergognosamente denigrata la settimana prima) bensì le misure per la prevenzione del sisma, sulle quali ovviamente il dibattito è aperto.

Gli si chiede più equilibrio? E lui esordisce offendendo i lettori del Giornale prima di passare la parola al sodale Travaglio perché completi l’opera dipingendo senza contraddittorio i giornalisti di questo quotidiano (e un paio di colleghi di altre testate) come lacchè di quel regime che, per tenere su il palco, finge di credere esista in Italia. Gli si ingiunge di non utilizzare il vignettista Vauro? E lui non solo lo evoca dall’inizio alla fine, ma squaderna i suoi schizzi in numero superiore al solito: come fosse in studio, peggio che se fosse in studio. Badate, qui non si tratta di entrare nel merito delle sanzioni.

Non è questione di giudicare se fosse giusta o sbagliata la sospensione di Vauro. E, per quel che vale, personalmente penso che la cosiddetta «puntata riparatoria» sia virtualmente impossibile in assoluto e addirittura un autogol quando si ha a che fare con Santoro: illustri precedenti lo stanno a dimostrare. Ma non è questo il punto. Il fatto è che se ci sono delle regole, e finché ci sono, vanno rispettate. Lo fanno tutti, il Tribuno no. La par condicio è una fesseria, lo abbiamo sempre detto. Ma ci sono conduttori che hanno dovuto rinunciare a fare una trasmissione o sono stati costretti ad allestirne di noiosissime sull’altare della stupida regolina. Il Vate no: lui la ignora.

La norma della «riparazione» comporta la lettura di assurdi comunicati nel bel mezzo dei tg di maggiore ascolto. Per mister Bella ciao è diverso: lui l’aggira. Ogni tanto la spara talmente grossa che si accende la polemica. Lo criticano, persino. Ma appena si diradano i fumi lui è là, come prima, più di prima. E intendiamoci: nessuno vuole la sua testa. Anzi. Questo giornale l’ha scritto in tempi non sospetti e lo ribadisce oggi, dopo l’attacco senza precedenti a cui è stato sottoposto: noi desideriamo che Santoro vada regolarmente in onda. Soltanto, ci chiediamo perché quando sbaglia non debba pagare pegno come tutti gli altri. Ce lo chiediamo a maggior ragione perché Michele chi? si esibisce sulla tv pubblica, pagato con i nostri soldi. Ma forse siamo degli ingenui e dovremmo smetterla di porci domande per le quali c’è una sola risposta, come quando eravamo bambini: «Perché sì!».

Un anno fa, di questi tempi, dopo l’ennesima puntata-trappola di Annozero, l’allora presidente della Rai Claudio Petruccioli, formazione comunista, mica un berlusconiano di ferro, tuonava: «A nessuno, quindi neppure a Santoro, è consentito confondere la libertà del giornalista con l’appalto, di fatto, della tv pubblica a chi ne fa un uso arbitrario e indecente. Farò tutto il possibile per impedire che qualcosa del genere possa ripetersi». Si è ripetuto più e più volte. Petruccioli se n’è andato.

Santoro, impunito e impunibile, si accinge a concludere, in un trionfo di ascolti e inspiegabilmente circonfuso dell’aura del martire, la sua ventunesima stagione da dittatore del video, ormai probabilmente convinto davvero non solo della sua intangibilità, ma anche della sua infallibilità.

Non un giornalista: il Giornalista. L’unico. Il verbo. Proprio come Napoleone, il maiale di Orwell.

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