Marcello de Angelis
da Salisburgo
Quattordici anni. Tanti ne aveva Mozart quando nel 1770 compose per il Ducale di Milano Mitridate, re di Ponto, caduta poi nelloblio, complice lo stesso autore che avrebbe maturato ben altri progetti. A Salisburgo la partitura, debitamente tagliata, è andata in scena con successo grazie a una buona compagnia di canto e alla disinvolta e comunicativa direzione di Marc Minkowski alla guida dello spigliato complesso strumentale di Grenoble, «Les Musiciens du Louvre». È piaciuta anche la regia di Günter Krämer (scene di Jurgen Bäckmann e costumi di Falk Bauer) sulla quale bisogna esprimere molte riserve avendo risolto in parodia lo stile rigorosamente «serio» del Mitridate.
Il descrittivismo era accentuato dalluso mimato del gesto. Grandi occhi stralunati e belluini davano lidea dellintrigo intessuto ai danni di Mitridate, il quale, bellicoso quantaltri mai contro il potere di Roma, dopo avere clamorosamente smentito la notizia della propria morte, compare in scena per far pagare a tutti il prezzo del tradimento, figli compresi, che poi verranno risparmiati nel rispetto settecentesco del lieto fine. Ma qualche sgozzamento - agghiacciante rinvio allattualità, compresa una indecifrabile scritta in arabo - avviene. Il balzo nellattualità salva linevitabile sottofondo amoroso con la «contesa» Aspasia. Al pasticciato libretto, imbastito da Antonio Cigna-Santi, si aggiungono così le incongruenze registiche. I giovani figli di Mitridate, Sifare e Farnace, addobbati in calzoncini corti, calze lunghe e stivali, anziché «gianburrasca» ribelli come era stato Mozart, appaiono minorati che giocano alla guerra e allamore.
Musicalmente alcune Arie, della lunga catena di un Mozart che ormai sa tutto, sono strepitose, soprattutto nella seconda parte, ben rese da Benjun Mehta (Farnace), sopranista musicalmente sicuro e premiato con ovazioni, e da Miah Persson (Sifare) dalla voce piena e rassicurante, anchessa accolta alla fine con entusiasmo.
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