Arianna, lo schiaffo dei giudici: niente indennizzo alla famiglia

La "bimba di legno" invalida per l'errore del Cardarelli. La Corte d'appello choc: "Genitori incapaci di restituire i fondi"

Arianna, lo schiaffo dei giudici: niente indennizzo alla famiglia

Una storia dinanzi alla quale puoi solo dire: «Non è possibile!». Malasanità (certa) e malagiustizia (probabile) tenute insieme dal mastice dell'insensibilità. In estrema sintesi: l'esistenza di una bimba di tre mesi viene rovinata per sempre da un intervento chirurgico sbagliato; l'azienda sanitaria - responsabile legale dell'errore medico - viene condannata al risarcimento del danno; l'Asl fa ricorso e ottiene dalla Corte di appello di non pagare subito i 3 milioni di euro disposti dal giudice di primo grado. Ciò grazie a una motivazione che in punta di diritto sarà pure «corretta», ma che sul piano umano è inconcepibile: «Liquidando immediatamente la somma ai genitori della piccola, l'Asl si vedrebbe esposta all'evenienza di dover subire un esborso di rilevante entità con il rischio di non poterlo recuperare in caso di esito favorevole del giudizio».

Sul verdetto di primo grado che ha condannato l'Asl pende infatti ancora il ricorso in secondo grado (e poi, eventualmente, quello in Cassazione); ragion per cui la sentenza attuale, non essendo ancora passata in giudicato, potrebbe ancora essere oggetto di revisione. Tutto corretto. Eppure la logica seguita dalla Corte di appello di Salerno lascia perplessi. L'impressione è che ci sia stato un eccesso di «cautela preventiva», una specie di «processo alle intenzioni»: niente soldi alla famiglia della bimba perché - qualora, ipoteticamente, in futuro dovesse essere provata l'innocenza dell'azienda - la famiglia della bambina potrebbe non essere più in condizioni di restituire alla Asl i tre milioni già ricevuti.

Entriamo ora nei dettagli di questa vicenda sconcertante. Partendo da un punto fermo: il risarcimento del danno da tre milioni di euro che l'ospedale Cardarelli di Napoli avrebbe dovuto pagare alla famiglia di un bimba tetraplegica è stato bloccato. La Corte di appello di Salerno ha infatti accolto dopo la condanna in primo grado del nosocomio ritenuto colpevole di avere causato gravi danni neurologici a una bimba di appena tre mesi, Arianna Manzo, che ora ha 15 anni e che da allora è tetraplegica, sorda ed ipovedente.

Dopo lo stop al pagamento, i genitori della ragazzina hanno iniziato lo sciopero della fame: «Viviamo con 900 euro di stipendio e i 500 di accompagnamento di Arianna. Lei ha bisogno di cure. Abbiamo bisogno del risarcimento per continuare a darle una speranza di vita».

Per l'avvocato Mario Chiccetti, che assiste la famiglia della bimba, la decisione è «semplicemente stupefacente, soprattutto in relazione alle motivazioni poste a fondamento di tale decisione». La Corte, infatti, ha sostenuto, tra le altre cose, che l'Azienda «si vedrebbe esposta all'evenienza di dover subire un esborso di rilevante entità con il rischio di non poterlo recuperare in caso di esito favorevole del giudizio». «I genitori di Arainna - aggiunge il legale - hanno ormai dato fondo a tutte le risorse economiche loro e dei parenti più stretti. La ragazzina non può più curarsi. Una situazione inconcepibile. Si tratta di una pronuncia, purtroppo inappellabile, che conferma l'incompatibilità dei tempi della giustizia con quelli della vita umana».

Il caso di Arianna, soprannominata la «bambina di legno» (ogni movimento le è infatti impossibile) risale al 2005 quando appena nata si trovava al Cardarelli. I genitori vivono a Cava dè Tirreni (Salerno): il loro calvario iniziò quando alla bambina fu somministrato oltre il dovuto un farmaco anestetico che provocò gravi danni al sistema nervoso centrale.

Dopo 15 anni di pene, arriva ora la mazzata ora di quest'ultimo sviluppo giudiziario. Su cui sarebbe bene che facessero luce gli ispettori del Guardasigilli, Alfonso Bonafede. Se esiste ancora un ministro della Giustizia, è il momento che batta un colpo. Arianna e i suoi genitori ne hanno diritto.

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