"Gli assalti? Una pagina gloriosa"

A Milano musulmani e comunisti inneggiano all'aggressione. "Non vogliamo la pace"

"Gli assalti? Una pagina gloriosa"
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Alla fine lo dicono loro: «Non vogliamo la pace, vogliamo la liberazione». Non ci sono remore morali, non c'è alcun pudore nell'esaltazione dei massacri di sabato. «Una pagina gloriosa». È agghiacciante ma alla fine lo dicono loro: «Non c'è differenza fra civili e militari, qualsiasi persona si trovi dal Fiume al mare è un occupante».

È una farneticazione dall'inizio alla fine, il presidio «pro Intifada», in una civilissima città italiana in un martedì di ottobre del 2023, a tre giorni di distanza dai massacri di Hamas, che in Israele ha ucciso circa mille persone. La chiamano «una vittoria memorabile». Lo dicono con il Duomo di Milano sullo sfondo, parlando dalla Loggia dei mercanti, accanto al memoriale della Resistenza. La chiamano «resistenza armata» quella dei miliziani islamisti. «Hamas è una fetta della nostra resistenza - spiega sicura una giovanissima palestinese - È resistenza armata ma siamo tutti parte di una liberazione della nostra patria». Compagni che non sbagliano, dunque. Non si intravede l'ombra di un'incertezza nei discorsi dal palco, e ancor meno nelle interviste dietro le quinte: «Cosa penso di quello che è accaduto sabato? Non accetto la domanda».

Non accennano imbarazzi neanche quando parlano della sorte atroce dei 250 ragazzi che al confine con Gaza stavano partecipando a un concerto e sono stati braccati, sequestrati, giustiziati. «Non vogliamo pace, vogliamo giustizia» urla una ragazza al microfono. La giovane araba intanto risponde alla giornalista che la incalza proprio sull'esecuzione dei partecipanti al rave nel deserto. Lo fa senza pietà: «Cosa ci facevano lì vicino a un carcere a cielo aperto come Gaza? Sono persone che venivano dall'Europa. Non è un problema mio, stiamo morendo tutti di colonialismo».

Al presidio si contano circa 400 persone. Per metà sono arabi, musulmani, si proclamano fieri palestinesi, ed esuli. Ad aprire il sit-in Mohammed Hannoun, referente dei Palestinesi in Italia e di una serie di altre sigle, artefice di tutte le manifestazioni simili degli ultimi anni. Per l'altra metà sono militanti dell'estrema sinistra, politicamente parlando vecchi arnesi di lotte ideologiche fallite e decrepite, con un'unica residua certezza: il torto sta dalla parte degli Stati uniti e dell'Occidente. L'Europa è complice, l'Italia è governata da un «governo fascista».

Sventolano le bandiere del Partito comunista dei lavoratori, della Rete dei comunisti, del centro sociale «Cambiare rotta». Hanno aderito anche le femministe di «Non una di meno». Straparlano sempre di patriarcato e in questa piazza di Milano difendono un partito armato che le vorrebbe sottomesse e con il velo.

Uno striscione con lo spray rosso proclama solidarietà «con la resistenza contro lo Stato sionista». Israele non esiste, non deve esistere. Lo chiamano «un prodotto coloniale». «Torneremo dal Fiume al mare» ripetono tutti. Dal Giordano al Mediterraneo, non c'è posto per gli ebrei in quella che da millenni è (anche) la loro terra. «La Palestina può essere liberata. È un programma concreto» grida un ragazzo.

Si eccitano a vicenda, giovani palestinesi e vecchi comunisti. Alzano il pugno insieme e insieme cantiamo gli slogan.

«La resistenza palestinese il 7 ottobre ha conseguito una vittoria memorabile - si legge in un volantino intitolato Grazie Palestina! e firmato con una anonima falce e martello - Una nuova e gloriosa pagina è stata scritta». Gloriosa.

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