Arriva il crepuscolo della grande Germania

La creazione superba di Bismarck scricchiola qua e là nella sua armatura possente

Arriva il crepuscolo della grande Germania

Deutschlandsdämmerung. È il crepuscolo della Germania. L'impero tedesco, la creazione superba di Bismarck, condottiero vittorioso di tre guerre di rapina, scricchiola qua e là nella sua armatura possente, coi paurosi moti precorritori della catastrofe. Mille sintomi denotano che per la Germania la guerra gigantesca è giunta ormai nella fase suprema della disperazione. Gli eserciti si battono ancora alle trincee su tre fronti diverse, ma non avanzano, e i loro successi non sono che parziali e locali. Né mancano nelle file dell'esercito più disciplinato del mondo i segni di stanchezza e di abbandono. All'interno, non c'è il pane per nutrire le bocche degli uomini, scarseggiano i proiettili per riempire le bocche dei cannoni. Prima della guerra, la Germania era una caserma; oggi è una fortezza. Si requisiscono e si ripartiscono i viveri fra la popolazione - in parti uguali - come nelle cittadelle sottoposte a un lungo assedio; si strappano dai portoni i battenti di bronzo, si raccolgono tutti gli arnesi di metallo delle case e delle officine, per farne munizioni e riparare i vuoti dell'enorme consumo di questi mesi di guerra. Non c'è la materia prima per le officine di Essen, e se il blocco inglese non rallenta la sua vigilanza, fra poco la Germania non avrà più pane, né potrà più combattere. Dovrà chieder mercé. Certo, lo spirito pubblico della Germania, è depresso. La visione del domani conturba le popolazioni tedesche. Al periodo dell'esaltazione è subentrato quello della meditazione. Si parla di pace. Se ne parla pubblicamente, in pieno Landtag prussiano. Se ne discute sui giornali. Oh, sono ben lontani i giorni, in cui Massimiliano Harden esaltava il fulmineo trionfo delle armi germaniche, i giorni d'agosto - terribili - quando tutta Europa parve tremare sotto al passo formidabile degli eserciti del Kaiser. Cadevano una dopo l'altra le fortezze del Belgio, il Belgio stesso scompariva sommerso sotto la fiumana travolgente degli invasori; i soldati della Repubblica si ritiravano oltre la Marna, mentre le avanguardie degli ulani giungevano a dodici chilometri da Parigi. La Francia sembrava finita: l'operazione guerresca si compiva nel termine di sei settimane, prescritto dal Grande Stato Maggiore germanico. Occupata Parigi, disarmata la Francia; rimaneva ancora il settembre e l'ottobre per abbattere i russi; il natale del 1914 avrebbe visto e celebrato la grande pax germanica e il dominio della Germania su tutta l'Europa. Erano i bei giorni nei quali Harden magnificava la superiorità della razza germanica destinata a redimere il mondo. I pangermanisti tracciavano sulla carta geografica le linee dell'impero ampliato nelle terre e nei mari di tre continenti: da Calais a Tangeri, da Amburgo a Salonicco. Il sogno che aveva ubbriacato un popolo intero è finito e con esso è dileguato l'incubo che opprimeva noi, uomini nati e vissuti sulle rive del Mediterraneo luminoso. E il sogno durava da un secolo. Per ciò era divenuto coscienza e volontà nazionale. Ernest Moritz Arndt già nel 1802 vaticinava nel suo libro - La Germania e l'Europa - il giorno in cui un grande genio «despota e capitano, avrebbe fuso, colla conquista e il massacro, in una sola massa, i tedeschi». Arndt è un precursore di Treitschke e degli altri campioni del pangermanismo. Arndt è uno dei primi imperialisti senza scrupoli. Egli riteneva - ad esempio - che l'Olanda indipendente «fosse il più scandaloso degli affronti per la Germania»; Bethmann-Hollweg aveva - evidentemente - la stessa opinione nei riguardi del Belgio. E il Belgio è stato distrutto. Durante un secolo il tedesco è stato avvelenato dalla continua apologia della razza bionda, unica creatrice e propagatrice della Kultur in una Europa giunta al tramonto. L'impero doveva essere lo strumento di quest'opera di salvezza. Ma l'impero trova nel suo estendersi i limiti fatali della sua potenza. L'impero è intensione, non estensione. Dilatandosi, muore. La storia d'Europa ha visto tre imperi crollare. Quello di Carlo Magno, quello di Carlo V, quello di Napoleone. Né miglior sorte è toccata al quarto impero: quello del Papa sulle anime. Anch'esso è infranto. Né diverso destino attende il quinto impero vagheggiato nella sua megalomania sinistra da Guglielmo di Hohenzollern. Ha già trovato i suoi confini. Non li supererà. È ormai deciso. Gli automi dell'elmo puntato non varcheranno i molteplici ordini di trincee scavate sul suolo di Francia. Non giungeranno più a Parigi. Non si ripeterà nella Parigi occupata la cerimonia della fondazione dell'impero europeo, come nella Versaglia conquistata, al 19 gennaio del 1871, fu celebrata la creazione dell'impero tedesco. Guglielmo II, invecchiato, è tornato nel suo castello di Potsdam, al suo esercizio preferito: abbattere gli alberi della foresta. Così, forse, si era illuso di abbattere i nemici. Ma i nemici si sono serrati attorno a lui: più numerosi, più forti di quello che la diplomazia tedesca avesse previsto o pensato. Ed ora la partita è disperata. Si tratta di vita o di morte. Il Kaiser deve scegliere: o la guerra ad oltranza o una pace non lontana. La guerra ad oltranza può significare lo schiacciamento totale e definitivo della Germania, poiché a una vittoria completa dei tedeschi non è più il caso di pensare; la pace non lontana, è, anch'essa, la fine ingloriosa dell'impero. Ma è in questa pace, un grande pericolo per un'Italia rimasta neutrale. No, non la pace finché qualcuno non sia costretto a chiederla, senza porre condizioni di sorta. È necessario che questa guerra si concluda col trionfo assoluto degli uni o degli altri. Altrimenti l'Europa di domani rassomiglierà a quella di ieri: tornerà una caserma. Bisogna che la Germania sia schiacciata. E può esserlo, rapidamente, col concorso dell'Italia. I tedeschi sanno che il nostro intervento è decisivo. Ci hanno mandato per tenerci fermi, prima Sudekum, poi Billow. Ci blandiscono e ci minacciano. In Germania tutti - dai grandi agli infimi - sentono che la campana a morto dell'impero tedesco sarà suonata dall'Italia. L'Italia può, per fatalità di eventi, assolvere questo compito grandioso: chiudere un ciclo della storia europea. Nel 1815 si chiuse il ciclo napoleonico, nel 1915 si chiuderà quello degli Hohenzollern. Nel 1815 ci fu un mercato di popoli, nel 1915 ci sarà la liberazione dei popoli col trionfo dei diritti delle nazionalità. Italiani, voi non potete rimanere assenti da questo grande avvenimento. A voi, a noi affida la Storia il compito di vibrare il colpo mortale al gigante che voleva stringere nel suo pugno di ferro i popoli liberi e civili dell'occidente. Questo colpo sia vibrato, con animo forte e con braccio non meno forte. Il gigante aveva creato una macchina mostruosa per assicurarsi il dominio sulle genti: il militarismo. Occorre che questa macchina sia frantumata. Sarà un giorno memorabile nella Storia, il giorno in cui le officine del pederasta Krupp a Essen saranno date alle fiamme di un grande incendio che abbaglierà l'Europa e purificherà la Germania.

In nome delle città e delle borgate belghe straziate e distrutte, in nome delle vittime innumerevoli della guerra scatenata dal bestiale orgoglio tedesco, Essen, la città dei cannoni, dovrà venir rasa al suolo. Solo allora, e soltanto allora i tedeschi, predoni e omicidiari, riacquisteranno il diritto di cittadinanza nel genere umano.

16 febbraio 1915

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