I contatti telefonici tra Meloni e Draghi. La prudenza della premier e il rischio di un Colle-bis

Negli ultimi mesi i contatti tra Giorgia Meloni e Mario Draghi sono stati diversi e ripetuti

I contatti telefonici tra Meloni e Draghi. La prudenza della premier e il rischio di un Colle-bis
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Negli ultimi mesi i contatti tra Giorgia Meloni (foto) e Mario Draghi sono stati diversi e ripetuti, quasi sempre diretti e senza alcuna intermediazione. Ma è probabile che neanche la premier si aspettasse un accelerazione tanto decisa da parte dell'ex presidente della Bce. Che dopo aver parlato prima ai ministri europei dell'Economia e poi ai rappresentanti dei gruppi parlamentari a Strasburgo, ieri è intervenuto alla «Conferenza di alto livello sul pilastro europeo dei diritti sociali» voluta dalla presidenza di turno belga dell'Ue a La Hulpe, vicino Bruxelles. E ha decisamente cambiato passo rispetto ai due precedenti appuntamenti, disegnando - di fatto - il suo progetto di Europa. Certo, formalmente Draghi ha solo scelto di anticipare alcune delle conclusioni del report sulla competitività che gli ha affidato Ursula von der Leyen e che sarà ufficialmente presentato a giugno. Ma lo ha fatto in una maniera tanto perentoria che è evidente l'intenzione di mettersi al centro del campo e dire «io ci sono». Già, perché non è un mistero che ormai da mesi quello di Draghi sia uno dei nomi più gettonati per la poltrona di futuro presidente della Commissione Ue (o, dovesse fallire il primo obiettivo, del Consiglio Ue). Una partita complicata, dove si intrecciano gli equilibri tra Stati agli interessi dei principali partiti di quella che sembra un'ormai inevitabile riedizione della «maggioranza Ursula» (a prescindere da quale sarà il destino di von der Leyen).

Il francese Emmanuel Macron, grande sponsor dell'ex Bce, rischia infatti di essere ridimensionato dalle elezioni Europee, mentre il tedesco Olaf Scholz potrebbe addirittura uscire dal voto con una crisi di governo alle porte, se davvero l'Spd finisse terzo, doppiato da Cdu/Csu e scavalcata dall'ultradestra di Afd. Non un dettaglio, perché la liturgia europea prevede passaggi formali che sono anche sostanza. A partire dal fatto che il candidato presidente della Commissione deve prima essere indicato dal Consiglio Ue e solo dopo votato dall'Europarlamento. Ed è evidente che lo stato di salute con cui si presenteranno i leader più pesanti dell'Europa dopo il voto dell'8 e 9 giugno può incidere non poco su una candidatura che resta comunque esterna ai partiti. Elemento che può essere sì un vantaggio, ma che può anche rivelarsi fatale.

Per tutte queste ragioni Meloni si continua a muovere con cautela, consapevole peraltro che - con von der Leyen che sta perdendo terreno - una delle altre possibili candidature in campo è quella di Antonio Tajani (foto) in quota Ppe.

Anche ieri, durante alcuni incontri a Palazzo Chigi, la premier ha ribadito che per prendere una decisione bisogna «aspettare il voto e avere davanti la geografia del nuovo Parlamento Ue». Perché, ci sono ancora troppe variabili. Compreso lo scenario internazionali che in veloce movimento sia in Medio Oriente che in Ucraina. Certo, ha concordato con i suoi interlocutori, oggi Draghi ha fatto «un passo avanti» verso una sua candidatura a presidente della Commissione. E sul punto Meloni ha da settimane ha un approccio piuttosto laico. È consapevole che un ombrello come quello di Draghi le permetterebbe di arrivare fino a fine legislatura anche se lo scenario internazionale si complicasse ulteriormente, ma sa anche che l'Italia perderebbe il diritto ad avere un commissario (che dovrebbe essere di Fdi) e che a quel punto sarebbe l'ex Bce e non più Palazzo Chigi il principale riferimento italiano in Ue). Però non c'è alcun dubbio, spiega il presidente del Senato Ignazio La Russa, che «Draghi ha i titoli per ambire a ogni ruolo».

Il dubbio che rimbalza tra le stanze di Palazzo Chigi è che l'ex Bce sia uscito allo scoperto troppo presto.

Difficilmente il Parlamento Ue voterà il nuovo presidente prima di settembre (a meno che non sia per confermare l'uscente von der Leyen) e in cinque mesi è facile bruciarsi. Sono situazioni diverse, certo, ma qualcuno evoca la corsa al Quirinale del 2022. In quell'occasione, uno degli errori di Draghi fu certamente quello di essere «partito» troppo presto.

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