Israele fa sparire le mascherine all'aperto. Sieri e riaperture: un modello da imitare

Come nel resto del mondo le vittime, le sofferenze dei tre lockdown e le ripartenze false. Ma finalmente è arrivata la fine di un incubo

Israele fa sparire le mascherine all'aperto. Sieri e riaperture: un modello da imitare

Eccoci di nuovo esseri umani, una faccia, un nome, un sorriso, per la strada senza maschera. Non la chiamerò affettuosamente mascherina. È la fascia chiara che ha cancellato i lineamenti, il segnale di paura divenuto quotidiano e indispensabile: ha dato una mano di calce ai baci, al piacere dell'incontro, anche all'espressione della legittima frustrazione. Ha obliterato la bellezza persino dei bambini. Adesso in Israele per primi nel mondo torniamo a incontrarci, 5 milioni sono vaccinati, un milione guarito su 9 di popolazione complessiva. I tassi di contagio e il numero dei morti bassissimo. È una vittoria meravigliosa, ma non invidiateci: imitateci.

Prima di tutto, abbiate fiducia nel vaccino, è talmente evidente che in un ambiente con l'immunità di gregge subito la pandemia si ritira, si restringe, consente di nuovo di andare a scuola e prendere gli autobus. Dunque: aprite il vaccino a tutti, sia pure gradualmente qui si è andati dai più vecchi e quindi più fragili fino ai 16enni, e adesso si studia seriamente la possibilità del vaccino ai bambini. Si parla del vaccino senza spaccare il capello sui brevi sintomi delle reazioni, senza agitarci, senza accusare di maligne sperimentazioni Pfizer o Moderna o AstraZeneca. Come in tutte le complicate vicende di Israele la gente è stata la protagonista del processo di guarigione, la sua forza e la sua disciplina, mentre Netanyahu dava il suo meglio capendo che qui si giocava una partita di cui i libri di storia dovranno raccontare.

Il governo ha comprato i vaccini a prezzo elevato: certo, era meglio pagarli meno. Ma che importa rispetto al prezzo della vita. Questo mentre l'Unione europea non si decideva a un accordo che mettesse in rapido movimento le case farmaceutiche. Appena ne ho avuto bisogno ho potuto ammirare personalmente la mobilitazione del sistema sanitario senza distinzione di mansioni: medici, infermieri, volontari, sia nella verifica delle malattia che nelle distribuzione del vaccino. Il criterio è sempre stato: velocizzare. Stadi, mall, tende montate per strada sono diventate centri per sperimentare modi velocissimi di vaccinare tutti. È stata dura, la sera del 73esimo anniversario della nascita dello Stato sono stati loro, i paramedici e i medici in camice bianco o verde, a cantare la canzone di apertura delle cerimonie nella genuina gratitudine generale.

Abbiamo fatto tre lunghi periodi di chiusura totale, coi bambini a casa e le mamme e le nonne lontane; i vecchi, persino i sopravvissuti della Shoah, hanno languito in solitudine; abbiamo cercato di fissare l'attenzione dei bambini stanchi e tristi sugli schermi da cui le insegnanti inutilmente facevano del loro meglio; abbiamo intrapreso una battaglia contro schermi, Ipad, televisori preservando qualche segno di vita intellettuale e artistica. Tutti hanno protestato contro il governo, l'economia adesso soffre come ovunque di un restringimento anche dovuto ai sussidi che sono stati distribuiti e che a volte invitano la gente a restare a casa invece che a lavorare con più lena, ora che si può. I tentativi di aprire via via in modo «intelligente» sono stati fatti più volte, fra le proteste popolari di chi soffriva i danni spaventosi del Covid, e spesso si è dovuto azzerare e ricominciare da capo. Ma abbiamo ritentato ogni volta di aprire dove era possibile senza tuttavia osare troppo, specie con le scuole e le istituzioni culturali.

Soprattutto abbiamo inghiottito le lacrime di tanti lutti, abbiamo attraversato tragedie personali impensabili, è stata una guerra che certo porta con sé un grande post trauma anche per la mia stessa famiglia che ha avuto una perdita in Italia e una in Israele. Un importante studio certifica che un bambino su cinque soffre di ansia, e la società israeliana si sta impiegando ad affrontare il problema adesso. Così sarà per tutti. Adesso, al chiuso dobbiamo ancora indossare la maschera. Ma abbiamo una «carta verde» sul telefonino che certifica che siamo stati vaccinati. È una forma di controllo sociale? Beh, certo che sì. Ma una guerra, non è forse una forma di costrizione dell'essere umano a mettersi di fronte al proprio destino con un'arma in mano? Certo che sì. Ma è un'emergenza, una forma di lotta per la sopravvivenza.

Mi si consenta una conclusione personale: chi proviene da Israele ed è vaccinato, non ha diritto a

entrare come un europeo? E specialmente se è italiano? Se sì, non è l'ora di deciderlo come gesto di simpatia e di solidarietà per chi ha aperto la strada a tanto lavoro per battere il virus, tutti i virus, anche nel futuro?

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