Lombardi fuori dal direttorio M5S. La Raggi ottiene la testa della rivale

Scontro sulle nomine al Campidoglio, e il leader le dà ragione

Lombardi fuori dal direttorio M5S. La Raggi ottiene la testa della rivale

La neo-sindaca di Roma, lesta ad imparare l'arte dei navigati politicanti, fa Alice nel paese delle meraviglie: spalanca gli occhioni e sussurra: «La Lombardi si è dimessa? Non ne sapevo proprio niente».

Il terremoto di ieri, in casa Cinque Stelle, ha però una chiara vincitrice, Virginia Raggi, e una perdente, Roberta Lombardi (detta «la Zarina») e il suo gruppo di potere a Roma. La testa della Zarina è stata offerta da Beppe Grillo alla Raggi, che l'aveva chiesta usando senza remore il suo potere contrattuale: nessuno può oggi permettersi di far fallire la Marcia su Roma, strumento chiave per proiettare il Movimento verso il potere centrale. E siccome Virginia ha spiegato che tutti i catastrofici passi falsi di queste prime settimane (caso Marra, caso Frongia, caso Morgante e via elencando, in un turbine di annunci, smentite, nomine, defezioni, spostamenti e siluramenti) sono colpa delle trame di quel «Direttorio» delle correnti capitoline di M5S, creato per commissariare l'inesperta sindaca e suddividere equamente le nomine, Grillo non ha potuto che darle soddisfazione. Così Virginia si è presa la sua rivincita, dopo aver dovuto subire (insieme a Luigi Di Maio) lo schiaffo della smentita del Caro Beppe, che era intervenuto - quella volta su richiesta della Lombardi - per impedire ai due di nominare l'ex alemanniano Marra nel gabinetto. Vittima successiva dello scontro termonucleare tra le due primedonne è stata Daniela Morgante, magistrato ed ex assessore di Marino, scelta dallo «staff» come assessore al Bilancio, poi annunciata come capo gabinetto ma mai nominata dalla Raggi. «Sono finita nel tritacarne di una guerra che non mi appartiene, sono colpita da un cinismo, perfino una maleducazione, che non ha precedenti», si è sfogata lei.

Il siluramento della Lombardi veniva già dato per scontato ieri, tanto che la potente deputata non era stata neppure ricevuta all'Hotel Forum dall'ex comico sceso nella Capitale. Le è stato almeno lasciato l'onore delle armi, dandole facoltà di annunciare come volontarie le proprie dimissioni, in purissimo stile sovietico: «Macchè liti o gelo», sono i suoi numerosi impegni precedenti che faranno sì che d'ora in poi «il mio supporto allo staff romano sarà diverso: darò una mano dall'esterno». Il resto, conclude, «sono polemiche che interessano solo i giornalisti». E pochi altri, come l'altra membra dello «staff» Paola Taverna, che ieri veniva data per furibonda e prossima anch'ella alle dimissioni. Il Direttorio romano sembra insomma già al collasso, mentre Alice sbatte le ciglia e ringrazia la Lombardi per il «contributo prezioso».

Intanto sul Campidoglio senza pace dei grillini si abbatte un nuovo imbarazzante caso, quello dell'incompatilità del doppio incarico del dirigente Consob Marcello Minenna, il neo-assessore al Bilancio (dove ha sostituito la Morgante, che aveva sostituito lui che si era tirato indietro dicendo di voler restare «uomo delle istituzioni indipendenti e

autonome da ogni connotazione politica», per poi ripensarci). «E' in patente conflitto di interessi», denunciano le opposizioni. Minenna annuncia: «Farò quel che decide Consob». E la fiera dell'Est della giunta Raggi prosegue.

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