Per Mosca pace con la resa. E Kiev: l'Ue flirta con Putin. Il negoziato si è incagliato

In stallo le trattative per una tregua. Gli ucraini sanno che la guerra può chiudersi solo con vittoria o sconfitta totale. "Prosegue dialogo di basso profilo" secondo i negoziatori del Cremlino. Che tenta solo di illudere i suoi diplomatici.

Per Mosca pace con la resa. E Kiev: l'Ue flirta con Putin. Il negoziato si è incagliato

La pace, che tentazione. Vedere la fine di questa aggressione infame, di questi massacri e tornare alla normalità (della quale siamo tanto abituati a lamentarci finché non arriva una guerra). Già, chi non lo vorrebbe: ma quale pace? Cominciamo a sgombrare il campo dalle chiacchiere inutili: la guerra in Ucraina potrà finire solo in due modi, con la vittoria di Putin o con la sua sconfitta. In mezzo non c'è niente, o almeno certamente niente di risolutivo, se non appunto le chiacchiere interessate di politici, diplomatici e giornalisti che vendono illusioni di tavoli negoziali, compromessi, piani o addirittura intese. Perché «talk is cheap», parlare non costa nulla, come dicono gli inglesi.

In questi giorni è il New York Times, al quale troppo volentieri si appiccica l'etichetta di autorevole, a tener banco sul tema. L'ha fatto una settimana fa, pubblicando un pessimo editoriale che era un inno stantio alla resa a una Russia descritta come troppo forte militarmente per esser battuta: a leggerlo, l'America dovrebbe subito prender atto che la sua convenienza starebbe nel farsi gli affaracci suoi. Lo ha rifatto ieri, con una panoramica sulle diverse e confliggenti idee di pace: quella americana, quella degli europei e quella degli ucraini (poi c'è quella inglese armi all'Ucraina fino alla vittoria e pure quella dei russi, magari: si fa pace quando vogliamo noi e alle nostre condizioni).

Il primo editoriale aveva orripilato la dirigenza di Kiev, che vi vede giustamente null'altro che il piegarsi alle pretese dell'invasore. Il Kyiv Independent, l'eccellente giornale ucraino la cui giovane direttrice Olga Rudenko si è guadagnata grazie alla sua (vera, in questo caso) autorevolezza la copertina di Time, aveva risposto ricordando che la Russia si sta dimostrando tutt'altro che imbattibile. E citando l'ottimo storico Timothy Snyder, aveva fatto presente che fare la faccia gentile con chi ti aggredisce serve solo a incoraggiarlo a far di peggio («Hanno invaso il Donbass perché dopo l'annessione della Crimea non abbiamo fiatato, e sono pronti ad andare oltre»). Stiamo combattendo anche per voi, conclude l'editoriale di replica al New York Times, vi chiediamo solo di armarci.

Nell'articolo di ieri, il giornale americano evidenzia invece le differenze sull'idea di pace. La Casa Bianca, scrive, insiste sulla necessità di isolare la Russia, ma gli europei frenano nel timore che isolarla troppo non sia nel loro interesse soprattutto economico: non stanno «nemmeno provando» a bloccare l'import di gas e petrolio russi, lamenta il Nyt. Quanto a Kiev, ha capito benissimo quanto si diceva all'inizio: o vinciamo noi o vincono loro, tertium non datur. Il presidente ucraino continua a lamentare che l'Europa flirta troppo con Putin, la richiama alla massima coerenza, ottenendone però quanto basta per resistere ma non per vincere: la triste verità è che certamente gli europei non vogliono veder vincere Putin, ma siccome per ora vogliono anche il suo gas e altro, preferiscono che la guerra s'impantani lontano dai loro confini. Quindi Zelensky si dedica al ping-pong delle accuse con Mosca su chi abbia meno voglia di giungere a un compromesso. Si confrontano due accezioni incompatibili di realismo: per Zelensky, esso consiste nella sua disponibilità a trattare con Putin anche se i suoi connazionali non vogliono cedimenti, mentre per il Cremlino è sempre e solo Kiev a impedire un accordo basato sul realismo (e in questo c'è del vero, ma chi non vede che per i russi realismo significa solo piegarsi ai loro diktat?).

La netta impressione è che a entrambe le parti faccia comodo mantener viva l'illusione che i negoziati restino in piedi, seppure «a basso profilo», come ha detto pudicamente ieri a Mosca quel Leonid Slutsky che già aveva propalato la falsa volontà di negoziare uno

scambio tra i prigionieri ucraini dell'Azovstal e l'oligarca Medvedchuk. Questa bugia serve tra l'altro a Putin per contenere il rischio di una fuga di massa dei suoi stessi diplomatici, nauseati dalla sua guerra criminale.

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