Sciopero show delle toghe. E controprotesta dei penalisti

In tutta Italia le iniziative dell'Anm per fermare la separazione delle carriere. Albanese a Genova legge Calamandrei. A Milano, gli avvocati non ci stanno

Sciopero show delle toghe. E controprotesta dei penalisti
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Ci sono i magistrati in toga e coccarda, che escono dai tribunali di tutta Italia in centinaia, innalzando copie della Costituzione. E ci sono gli avvocati milanesi che la stessa Carta fondamentale la appendono polemicamente in tribunale, ricordando che «la Costituzione è di tutti», che nessuno può impadronirsene, e che va letta per intero: compreso l'articolo che garantisce a ogni imputato un giusto processo. Il giusto processo che per gli avvocati è reso impossibile dall'asse di ferro tra giudici e pubblici ministeri.

È tutta qui, in fondo, la sintesi della giornata di lotta proclamata dall'Associazione nazionale magistrati contro la riforma della giustizia varata dal governo di centrodestra, che prevede la separazione delle carriere tra giudici e pm e la nomina per sorteggio dei magistrati destinati al Csm. Contro entrambe queste riforme - più a voce alta contro la prima, ma altrettanto ostinatamente contro la seconda - il sindacato delle toghe ha chiamato allo sciopero nazionale. Da un'aula magna all'altra, da un flash mob all'altro, è partito l'appello ai cittadini perché si schierino accanto ai giudici nell'opposizione a una riforma di cui secondo l'Anm saranno vittime anche loro.

Come la pensino i cittadini, si vedrà se si andrà al referendum. Il bilancio della giornata di ieri dice che neanche tutti i magistrati sono convinti della battaglia contro la riforma: la partecipazione secondo l'Anm rasenta l'80 per cento, ma ci sono uffici importanti dove l'adesione è sensibilmente più bassa. Comprese le due Procure più importanti d'Italia: a Roma sciopera solo il 61 per cento, a Milano il 70. Va meglio a Torino, a Catania, a Napoli. Sono risultati decisamente migliori del flop di tre anni fa, quando contro la «legge Cartabia» scioperò meno della metà dei magistrati: e infatti Cesare Parodi, neopresidente dell'Anm, va al Tg2 a rivendicare il successo, «l'adesione allo sciopero è molto soddisfacente».

Nelle assemblee si alternano al microfono le varie anime della magistratura sindacalizzata, i toni vanno dall'indignato al catastrofico all'accorato. A Palermo il leader locale dell'Anm Giuseppe Tango dice che la riforma mette in discussione «libertà conquistate grazie al sangue versato dai nostri padri», a Firenze il presidente della Corte d'appello Alessandro Nencini denuncia che «l'obiettivo finale è la disarticolazione sistematica della struttura costituzionale dello Stato», a Milano il presidente del tribunale dei minorenni Luca Villa lancia una profezia tratta da Nanni Moretti, «un giorno vi sveglierete e piangerete, rendendovi conto di ciò che avete combinato». Ci si affida anche a due attori: a Bologna l'Anm ricorre per la sua propaganda a un video-pop di Leonardo Santini, a Genova viene reclutato alla causa Antonio Albanese che legge un testo di Piero Calamandrei.

Le quattro correnti principali dell'Anm sono state compatte nell'indire lo sciopero. A raccontare che la compattezza reale della categoria non è altrettanto solida ci sono i dati a macchia di leopardo e le voci di dissenso esplicite dalla linea ufficiale: la più autorevole quella di Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica a Napoli, che ieri nel suo intervento si dichiara favorevole al sorteggio dei membri del Csm, a condizione che lo stesso valga anche per la componente designata dal Parlamento. Ma il vero dubbio, ben presente anche ai vertici dell'Anm, è: adesso come si va avanti? Usata l'arma più estrema a disposizione, lo sciopero generale della categoria, come si fa a fermare l'aborrita riforma? Anche perché dall'altra parte della barricata, ovvero nella maggioranza di governo, la giornata di ieri sembra avere generato più indignazione che voglia di dialogo: «Se un giorno vedessi manifestare i nostri militari in divisa contro un provvedimento del Parlamento - dice il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè - sarei terrorizzato.

Perché sarebbe l'inizio di una deriva pericolosissima per le istituzioni. Lo stesso brivido è corso lungo la schiena oggi davanti le immagini di magistrati che con la toga indossata nelle aule di giustizia hanno inscenato la loro protesta davanti a templi costituzionali».

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