Retromarcia della Rai: niente canone per i pc

Dopo la denuncia del Giornale la Rai si arrende e si rimangia la gabella del "canone speciale", quello destinato alle imprese, a prescindere dal possesso di una tv in ufficio. Via anche la clausola per lasciare a casa le collaboratrici incinte

Retromarcia della Rai:  niente canone per i pc

Roma - La Rai si arrende e si rimangia la gabella del «canone speciale», quello destinato alle imprese, a prescindere dal possesso di un tv in ufficio. Dopo un incontro al ministero dello Sviluppo Economico la tv pubblica una nota con cui smentisce se stessa, precisando di non aver richiesto «il pagamento del canone per il mero possesso di un personal computer collegato alla rete, i tablet e gli smartphone», ma solo «nel caso in cui i computer siano utilizzati come televisori (digital signage)». In realtà nelle lettere spedite a migliaia di aziende italiane si legge che è obbligato al pagamento del canone speciale Rai «chiunque detenga uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione di trasmissioni radiotelevisive al di fuori dall’ambito famigliare, compresi i pc collegati in rete», ma anche le semplici radioline, gli I-Pad, i telefoni con collegamento web e molti altri tipi di apparecchi («indipendentemente dall’uso al quale vengano adibiti come per esempio la visione di filmati, dvd, filmati di aggiornamento ecc...»). Dunque il comunicato Rai è una retromarcia vera e propria dopo la rivolta contro il «canone sui pc», scoppiata in rete ma non solo, anche tra le associazioni d’imprese (da Confartigianato a Confindustria) e dei consumatori, e poi nei partiti. Una retromarcia che fa il paio con quella sulla clausola anti-gravidanza, discriminatoria, che ora il dg Lorenza Lei promette di eliminare: «Nessun contratto Rai è mai stato risolto per gravidanza, ma onde evitare inutili strumentalizzazioni la direzione generale non ha alcuna difficoltà a toglierla dai contratti».

Ma tornando al balzello per le aziende, chi dovrà dunque pagare quella tassa, secondo la Rai? La risposta di Viale Mazzini è che lo devono fare solo i negozi, le aziende o le società che usano il pc come televisore, oltre a quelli che hanno uno o più televisori. Sarà, ma è anche meno chiara, perché non si capisce ancora chi è escluso e chi no (Caparini della Lega e Vita del Pd chiedono a Passera un elenco definitivo e univoco sugli apparecchi che comportano il pagamento del canone). Solo i pc che possono essere usati come televisori? Ma qualunque pc può esserlo, poiché i canali Rai sono visibili in streaming gratuita sul sito della Rai. Quindi? È la stessa Rai a dichiarare l’ambiguità della norma quando, in fondo alla nota, aggiunge «ciò in attesa di una più puntuale definizione del quadro normativo-regolatorio». La legge in effetti è vecchiotta, risale al 1938, e adattarla allo scenario tecnologico di oggi sembra una «assurda forzatura giuridica e un’iniziativa fuori dal tempo» a Stefano Parisi, presidente di Confindustria digitale.

Nell’attesa, però, la Direzione abbonamenti ha mandato a pioggia le richieste di pagamento, senza sapere di quali apparecchi fossero dotate le aziende a cui ha chiesto il canone (con importi da 200 euro fino a 6mila euro). E tra l’altro, cosa faranno quelle società che hanno pagato già il canone speciale anche se, alla luce della nota Rai, non erano obbligate a farlo? Verranno rimborsate? E quando? Insomma, un pasticcio, finito con un dietrofront della Rai.

E non è certo l’unica grana per Viale Mazzini. Un’altra, che vale 7 milioni di euro, è la condanna per diffamazione (insieme al giornalista Corrado Formigli) ai danni della Fiat per un servizio andato in onda durante una puntata di Annozero di due anni fa.

Viale Mazzini ha annunciato che impungnerà la sentenza del Tribunale di Torino, mentre Formiglia parla di «una cifra devastante» che lo costringerà a «lavorare gratis per la Rai tutta la vita». Ora tocca agli avvocati della Rai. E qui non basta una marcia indietro.

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