Il rischio di buttare via il bimbo con l’acqua sporca

L’antipolitica dilaga e rischia di diventare un’onda che sommerge senza distinzione buono e cattivo, giusto e ingiusto. Talune imputazioni ai politici sono innegabili, ma l’attacco indiscriminato al «palazzo», quasi fosse la Bastiglia è troppo concitato e irriflessivo, nutrito in taluni casi di cupidigia smodata, manifestata con un linguaggio irresponsabile che niente ha a che fare con l’etica e la serietà. È un assalto senza discernimento, senza razionalità, che può essere foriero della rovina totale di valori senza i quali una società e le sue istituzioni sono destinate allo sfascio. Quali altri valori, istituzioni e cultura sostituirebbero l’universo sociale e politico che si vuole abbattere?
Che il mondo politico viva anche di disvalori, mediocrità, persone che profittano di cariche pubbliche per trarne vantaggi, che ci siano istituzioni da riformare, consuetudini da azzerare, privilegi da abolire, è innegabile. In un Paese dove libertà e democrazia sono elementi costitutivi, non debbono esserci totem da salvaguardare. Che siano abbattuti se esistono, è opportuno e giusto, ma attenzione a non travolgere valori, cultura, istituzioni che garantiscono quell’equilibrio sociale e politico che di un Paese fa una comunità vivibile, matura e civile. Il dilagare dell’irresponsabilità minaccia la società e la democrazia italiane. Così come sta montando e straripando, l’antipolitica, che taluni personaggi coltivano ed esasperano, con intenti demagogici e spesso oggettivi; non c’è speranza che ne vengano orizzonti nuovi ma soltanto annichilimento.
Prendersela genericamente coi partiti è da sconsiderati, incoscienti. I partiti sono le ruote della democrazia, senza di essi non ci sarebbero democrazia e libertà. Altra cosa è quando i partiti diventano, invece che associazioni volontarie di cittadini che perseguono ideali civili e politici, strumenti di mero potere, magari ad uso e consumo di camarille. Ma è davvero questa la condizione della politica italiana? La correzione di difetti evidenti, l’espulsione dalla politica di indegni e incapaci è operazione inconfutabile, ma troppo seria per essere affidata a tribuni o masanielli privi di responsabilità, persino senza cultura a volte, presi da smania di rappresaglia.
Eugenio Scalfari ha dedicato un editoriale su Repubblica a quest’ondata di giustizialismo quasi ottocentesco, che con la civiltà e la cultura non ha niente a che fare. Il fondatore di Repubblica non è mai stato tra gli adulatori dei demagoghi di passaggio, come ce ne sono non pochi. Bisogna ricordare ai «diagnostici della casta», come li chiama Scalfari, che l’antipolitica è vecchia come l’umanità, ha avuto manifestazioni talvolta rispettabili nell’Italia della Destra e della Sinistra storiche.

Ma ebbe protagonisti personaggi di ben altro spessore: sì certo l’Einaudi del 1919, i Prezzolini e i Salvemini, per citarne uno di destra e uno di sinistra. Negli anni Settanta nacque Il Giornale con Montanelli che proprio all’Italia del declino, della confusione e delle Brigate rosse decise coraggiosamente di opporsi.

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